16/12/2007Pietro il tosto - Di Mario Pedicini

Pietro Perlingieri non le manda a dire. Chi ne parla male non fa fatica ad elencare i lati ispidi del carattere, magari un eccesso di imprenditorialità, una cura rigorosa degli interessi economici.

D’altronde, lui porta il nome del nonno, del quale si raccontava, nel secolo appena passato, la seguente (istruttiva) storiella.
Don Pietro era avvocato ed era pure un signore, nel senso di benestante. Un bel giorno si presentò da lui, tutto sussiegoso, il titolare di una vicina beccheria.
Domanda: “Don Pietro, posso chiedere un consiglio?”
Dite pure.
“Se un cane si frega un pezzo di carne dal mio negozio, il padrone del cane mi deve pagare il danno?”
Certamente, articolo tale del codice civile.
“Scusate, don Pietro, il fatto è che il cane è il vostro e la carne era mia. Insomma sarei io quello che dovrebbe avere il risarcimento…”
E quant’è?
“Don Pietro, scusate, sarebbero cinque lire”
Ecco le cinque lire.
Il buon uomo si stava scappellando e indietreggiava rispettosamente per andarsene, quando Don Pietro lo fermò: Scusate dove andate?
“Torno al negozio”
Io vi ho dato un consiglio. Voi siete venuto da me come avvocato. E non sapete che i consigli si pagano?
“Quant’è, don Pietro carissimo?”
Sono solamente dieci lire.


Venendo da una famiglia che aveva da curare cospicui interessi economici, era stato educato a non mangiarsi il capitale, anzi a capitalizzare ulteriormente le doti intellettuali e la capacità di applicarsi con metodo ed impegno.

Figlio di Giovanni, pur egli avvocato ed esponente politico di primo piano della Democrazia Cristiana nazionale (apprezzato personalmente da Alcide De Gasperi) negli anni del dopoguerra, Pietro divenne appena laureato assistente alla cattedra di Diritto Civile di Cariota Ferrara. Autore di mastodontici commentari al codice civile e di innumerevoli altre pubblicazioni, non disdegnava, quando veniva a Solopaca, di salire sul trattore.

Non ha mai perso tempo attorno alle cose inutili. Pure con le donne, pare non si sia mai cimentato con la chitarra. Non risulta, altresì, abbia scritto poesie.
Si capisce che non è uomo destinato al fallimento. E che affronta le imprese nelle quali si cimenta con la determinazione di chi punta al risultato. Con questi obiettivi ha cambiato tante università, non perché gli piacesse cambiare semplicemente aria o perché non fosse apprezzato.

Quando andò a Campobasso, c’era una università sulla Gazzetta Ufficiale ma nessuno si muoveva. Fu lui a dotarla degli organi necessari e la fece partire. Prese in mano la casa editrice Edizioni Scientifiche Italiane (ESI) e l’ha rilanciata in grande. Pietro il tosto è, insomma, un vero imprenditore culturale.

Nel frattempo si impegnava nella difficilissima impresa di realizzare una Università a Benevento. Lui puntava sulla via più difficile, quella istituzionale, cioè di una legge che, senza contorsioni, affermasse la nascita dell’ateneo a Benevento.

Dal mio punto di vista (espresso, tra l’altro su Messaggio d’Oggi e sulle pagine locali de Il Mattino), la via da seguire era quella di una università privata da portare, poi, alla statizzazione. Mi parve, ad un certo punto, che la manovra si potesse fare aggregando le forze attorno all’Università degli Studi Turistici di Faicchio, fondata da Umberto Fragola, per arrivare, attraverso qualche leggina, ad uno di quegli occasionali emendamenti che aggirano pure i divieti.

Pietro Perlingieri, se vogliamo, mise insieme l’una e l’altra ipotesi. Allorché si mise a capo del Consorzio (costituito da Comune, Provincia e Camera di Commercio) perseguiva l’obiettivo massimo attraverso la costituzione di una condizione socio-culturale garante della bontà della proposta.

Devo dire che l’attività del Consorzio fu, in quegli anni, la sola voce che tenesse accesa la speranza. Sembrava, infatti, che la nascita dell’Università di Salerno fosse una mazzata sulle speranze di Benevento. C’erano, poi, i nuovi equilibri politici nazionali che riconoscevano ad Avellino un ruolo di piccola seconda Roma. Chi comandava era De Mita e qui da noi erano ancora forti i coltivatori diretti di Mario Vetrone. La sinistra di Base si sarebbe impadronita del partito facogitando prima i sulliani e poi lavorando ai fianchi i movimenti cattolici da cui provenivano Pietrantonio, Mario Pepe e il giovane Clemente Mastella.

Dice bene Perlingieri che l’opposizione all’università veniva da una precisa preoccupazione. Che l’università, con l’arrivo di giovani anche da altre parti d’Italia, potesse essere una incubatrice di idee nuove.

Il 26 ottobre 1969 era in programma una assemblea della sezione cittadina della Democrazia Cristiana. Due i temi all’ordine del giorno: il piano regolatore e l’università. Relatore sull’Università ero io. Quando cominciai a parlare l’on. Vetrone e tutti i suoi se ne andarono.

La mia tesi era che l’Università fosse necessaria proprio per creare una nuova classe dirigente.Tutti i gruppi dirigenti costituiti hanno fisiologicamente paura di chi invece progetta occasioni per il cambiamento.

Il professor Pietro Perlingieri non s’è mai illuso che l’impresa fosse finita. La sua estromissione e la conquista del rettorato ad opera dei comunisti più o meno vogliosi di rifondazioni o di revisioni lo sta a certificare.
Del resto, il senatore prof. Aldo Masullo non “tradì” Benevento, come afferma Perlingieri, per vanità personale. Il partito comunista era una cosa seria, dove ciascuno sapeva quel che doveva fare.

Era la DC un partito grande (non un grande partito, come dice la reclame del pennello) incerto sul da farsi, dopo aver saputo offrire al paese la via faticosa del riscatto.


MARIO PEDICINI

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