16/12/2007

Perlingieri, Pietrantonio, Zecchino Santi patroni dell’Università - di Mario Pedicini

Nel 1968, il collegio di Cerreto-San Bartolomeo in Galdo (collegio “sicuro” della Democrazia Cristiana) fu preso da Cristoforo Ricci. Tra tanti pretendenti, lui che era il segretario provinciale del partito ritenne di essere il più titolato a prendere l’eredità del senatore Antonio Lepore.

Nel 1982, allorché si trattò di colmare il vuoto lasciato da Ricci, morto con la sua automobile sulla Telese-Caianello, non ci fu nessun beneventano in grado di fare il “colpo di Ricci”.

Il collegio era stato sequestrato dalla direzione nazionale. Era l’epoca della apertura alla società civile. Come sempre, i cosiddetti tecnici non vogliono sporcarsi le mani, aborriscono le fatiche del politico, gli piace solo la bardatura della carrozza, non si interessano della cavalcatura (avena, brusca e striglia). Insomma, già che facevano la bocca storta a sentir parlare di DC dopo che il PCI per poco non aveva vinto le elezioni del 1976 e dopo che l’assassinio di Aldo Moro ne aveva fortemente minato la graniticità, bisognava, con l’offerta della candidatura, garantirgli anche l’elezione.

La DC pensava che questi esterni portassero voti. Loro sapevano che solo con i voti della DC potevano essere eletti. La storia si è ripetuta, tanto per non far nomi, con Forza Italia.

Per Cerreto circolarono vari nomi. Quello di Pietro Scoppola, lo storico recentemente scomparso, suggerì al nostro giornale un titolo LA DC CHE SCOPPOLA, dove c’era l’amarezza per la colonizzazione del feudo e la preoccupazione per la disaffezione dell’elettorato.

Una parte notevole della Coltivatori Diretti non seguì l’indicazione del partito e fece eleggere senatore Coletta, candidato sotto la foglia dell’edera repubblicana.

Era notte, quando sul cancello di via delle Puglie del Parco Collarile, dove allora abitavo, mi vidi quasi investito dall’ardita manovra della fatidica 500 Fiat di Pietrantonio.

Il sindaco mi comunicò l’ultima notizia sulle candidature per Cerreto. “Sarà la Falcucci”, Franca Falcucci ministro della Pubblica Istruzione.

“Vorrà dire che le metteremo in mano il progetto per l’Università”, fu la mia risposta a caldo.

Perso per perso, visto cioè che la sinistra di Base non poteva ribellarsi dovendo accettare ciò che i propri capi stavano facendo a Roma, un Ministro della Pubblica Istruzione ci può far comodo per rianimare il sogno.

Antonio Pietrantonio era sindaco da febbraio e per quanto determinato egli potesse essere non poteva neanche lontanamente pensare di durare quasi undici anni. A quell’epoca i sindaci venivano tagliati e cuciti con ritmi di poco più lenti rispetto a quelli con cui cadevano i governi nazionali.

La conferenza della deputazione politica del 14 giugno 1982 fu la - tempestiva – ripartenza del progetto Università a Benevento. Come e che cosa fare era, tuttavia, ancora non definito. Io ero per la “via italiana”: fare una università privata e, poi, arrivare alla statizzazione. Giovanni Zarro, deputato, era per la via parlamentare di una legge apposita.

Pur con la presenza di Falcucci, tuttavia, i napoletani – come ben ricorda Pietrantonio – tutt’al più ci concedevano una università a distanza.

Pietrantonio sindaco, però, riuscì a durare. E per l’Università impegnò tutto quanto (e forse più) il Comune di Benevento potesse impegnare. Palazzi ristrutturato con i soldi del terremoto e tenuti pronti ad essere “incartati” quando la pratica fosse arrivata all’ordine del giorno furono la dimostrazione della sua definitiva conversione al “circolo dell’Università”. Con il Consorzio presieduto da Perlingieri l’intesa fu leale e convinta.

Devo dire che molti, tra i dirigenti della DC e tra i consiglieri comunali, erano scettici e votavano per disciplina l’indebitamento del Comune per una cosa che a molti appariva velleitaria. Un po’ come avviene ancor oggi, alla Rocca dei Rettori, per le “avventure” satellitari di Carmine Nardone.

Un buon lavoro era stato fatto per la diffusione dell’idea, quando arrivò Zecchino, un timido aristocratico professore e intellettuale. Non era un populista, infatti, rifuggiva dai pranzi e pure dalle feste solenni che Città Spettacolo ormai celebrava. Stava a suo agio con chi voleva ragionare. Venuto alla ribalta giovanissimo con una strabiliante carriera politica (consigliere regionale, parlamentare europeo e ora senatore), aveva rifiutato l’esca della beneventanità offertagli da qualche notabile, perché era proprio l’idea del notabilato che palesemente rinnegava.

Quando, però, capì che la cosa si poteva fare, perché c’era il sostegno (e la pressione) di un sindaco divenuto tra i più autorevoli d’Italia, Zecchino ci mise del suo e, fattosi nominare relatore di un certo disegno di legge per un piano universitario, “fece politica” con i leghisti e portò alla nascita della “gemmazione”, cioè di un espediente tecnico per far nascere una “università in prova”.

Sapete che la prova Benevento la superò e dieci anni fa, nel 1998, l’Università del Sannio è diventata autonoma.

Quando, tra trecento anni, qualcuno disegnerà un nuovo stemma, bisognerà ricordarsi dei tre santi patroni. Perlingieri, Pietrantonio e Zecchino. Come nei quadri della vita di Sant’Antonio, tutt’attorno, si metteranno in piccolo quegli altri che accesero una fiammella e la tennero accesa. Sotto, nel fuoco delle anime purganti, tutti gli ignavi compresi quelli che, per pura coerenza, hanno sistemato qualche figlio.

P.S.

Tutti quei locali che Pietrantonio mise a disposizione dell’Università, poi l’Università li ha comprati. I sindaci che hanno gestito il “dissesto” si sono ritrovata anche qualche entrata. Questo solo per la precisione.

MARIO PEDICINI

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