08/03/2014

Gli interventi di Antonio De Lucia e Giacomo de Antonellis

http://www.realtasannita.it/bt_files/newspaperFiles/deluciadeantonellis.jpg

Dopo l’articolo di Mario Pedicini pubblicato sull’ultimo numero di Realtà Sannita (3/2014), dal titolo “Aboliamo le Regioni, teniamoci le Province” - leggibile cliccando sul seguente link: http://www.realtasannita.it/articoli/articolo.php?id_articolo=10675e l’invito rivolto a tutti ad intervenire sull’argomento, iniziamo subito con la pubblicazione dei primi contributi. Rinnoviamo l’invito ai nostri lettori a farci pervenire il loro pensiero sul tema e, nel contempo, se lo ritengono, anche proposte operative. 

Già nel 1992 la Fondazione Agnelli propose solo poche “macro Regioni”

L'argomentata riflessione di Mario Pedicini nell'editoriale “Aboliamo le Regioni e teniamoci le Province”, coglie un aspetto centrale del caos nella gestione del territorio: l'inutilità delle Regioni.

Alle ottime ragioni addotte se ne potrebbero aggiungere a supporto di una diagnosi spietata, ma corretta. Lo ha fatto, ad esempio, con onestà intellettuale, il Governatore della Campania, Stefano Caldoro.

Il fatto è che (come sostenevo già 30 anni fa quando mi scagliavo contro la Regione Campania dalle colonne de L'Iniziativa, diretta da Clemente Cassese) occorre guardare ai risultati conseguiti da questi Enti: ebbene, qualcuno è soddisfatto della produzione legislativa di questa consiliatura partorita da 60 consiglieri, ciascuno dei quali ci costa, tra prebende varie, molto più di un magistrato di Cassazione? Ha un senso la recente legge sui rifiuti che, tra l'altro, stabilisce di assumere i 1.200 ex dipendenti dei Consorzi rifiuti, senza però pronunciarsi su dove reperire le risorse per pagarli?

Ora, in tempi di finanza allegra, nessuno ci avrebbe fatto caso; ma oggi non è più quel tempo e dunque ora è necessario, al fine di evitare il default del Paese, riflettere su una Regione come la Campania, a partire dal suo stesso nome. Il suo etimo infatti risale al “campus”, cioè alla “pianura”, che esiste soltanto su circa il 10% del territorio (essendo assente nel Sannio ed in Irpinia, nonché nella quasi totalità della provincia di Salerno e in oltre la metà di quelle di Caserta e Napoli). Inoltre si potrebbe rileggere la storia della nascita, nel 1948, della Regione Molise (che fu un parto del padre costituente Emilio Lussu).

La verità è che la gran parte delle Regioni, nate come ripartizioni amministrativo-fiscali, non hanno un fondamento logico e di sostanza territoriale e sono di recente costituzione; mentre le Province sono ben più antiche, risalgono alla Roma “caput mundi” e all'epoca delle Signorie, precedono l'Unità d'Italia e, comunque, sono presenti negli altri Paesi europei. L'origine posticcia delle Regioni ne spiega (insieme alla inevitabile avidità umana) le funzioni odierne confinate nella quasi esclusiva estrinsecazione di politiche clientelari da parte di una classe dirigente famelica (persino di mutande verdi e di tinture per capelli).

Non può reggersi un meccanismo elefantiaco, come quello della Regione Campania o della Regione Sicilia, potendo contare su un numero di cittadini che pagano le tasse e su una base imponibile così limitata.

Lo aveva detto, già nel 1992, la Fondazione Agnelli al termine di un'analisi scientifica accurata: propose come soluzione la fusione di numerose Regioni per creare, al loro posto, poche “macro Regioni”.

La cura era tanto sensata che la politica la ricoprì di insulti. Come, tra l'indifferenza gelida dei Palazzi, è passata la più recente proposta, quella dello scorso anno, della Società Geografica Italiana di creare le “Superprovince” al posto delle Regioni. L'idea nasce dall'analisi circa la omogeneità geografica; situazioni economiche, sociali e culturali; riflettendo sugli insediamenti antropici ed altro ancora. In tempi in cui persino un bocconiano come Mario Monti inciampa in clamorosi peccati di pressapochismo nei provvedimenti di “soppressione” delle Province a Costituzione invariata, la proposta di SGI è una boccata d’ossigeno ed un invito alla serietà.

In definitiva: è necessario affermare finalmente il potere delle comunità locali di un territorio omogeneo (quale può essere quello delle aree interne) di autogovernarsi sulla base di un disegno strategico complessivo di sviluppo che deve rispondere alle reali esigenze della popolazione.

Ogni fetta di questo Paese deve far fronte a problemi particolari: Napoli ha i suoi; Benevento, Avellino, il Matese, il Molise, la Daunia hanno i loro. Sulla base di questo ragionamento deve essere governata l'Italia, abolendo le Regioni e le loro leggi strampalate e costose, così come le sovrapposizioni e gli enti in fotocopia, in una logica nella quale lo Stato rinuncia a mettere il becco sulle iniziative locali.

Questo è ormai necessario fare, anche se si dovesse dire “basta” a chi ha tradito lo spirito e la lettera della Costituzione, almeno negli articoli che vanno dal 114 ad andare avanti.

ANTONIO DE LUCIA

___________________________________________________________________________________

L’ente Provincia va abolito, al più presto

Caro Direttore,

colgo a volo la richiesta dell’ottimo Mario Pedicini che sollecita interventi sul suo articolo dal perentorio titolo “Aboliamo le Regioni (e teniamoci le Province)” per dichiararmi - spiace deludere un amico, ma la democrazia suggerisce dialoghi franchi e costruttivi - assolutamente contrario a tenere in vita strutture come le Amministrazioni provinciali, con funzioni e funzionalità vaghe e spesso clientelistiche (il discorso vale anche per le prefetture). Ricordiamo che questi organismi nacquero proprio per consentire al governo centrale (di impronta napoleonica) il migliore controllo sul territorio e non per dare risalto alle autonomie locali. Al contrario l’istituto delle Regioni era concepito per esaltare un autentico decentramento amministrativo.

(Possiamo discutere se l’obiettivo è stato raggiunto o fallito, ma si tratta di un altro discorso. Per rendere efficienti gli apparati regionali basterebbe regolare il sistema di rimborsi, nel senso di azzerarli, ai gruppi consiliari, di chiudere il rubinetto delle consulenze esterne, di ridimensionare organici e relativi stipendi per funzionari e dirigenti, abolire le sedi di rappresentanza all’estero e nella capitale considerato che i naturali interlocutori con il potere centrale sono i commissari governativi presenti nei capoluoghi).

Il titolo V della Costituzione revisionato nel 2001 indica con chiarezza l’entità e i poteri delle Regioni (art. 131); al contrario (art. 119) non determina né il numero né l’esatto ruolo delle Province e tanto meno di quel mostro giuridico che si apprestano ad essere le Città metropolitane.

Le Province, dunque. Quando vennero adottate come entità amministrative si affidavano (dopo il 1861) alle cosiddette deputazioni, organismi formati da un minimo di 4 e un massimo di 8 membri aventi puro ruolo rappresentativo e ridotto apparato burocratico; poi, con il fascismo, le Province crebbero di numero e di rilevanza ma poste alla completa disposizione del prefetto detto anche Capo della Provincia agli ordini del superiore Capo del Governo. Il ripristino dell’assetto democratico dette nuova vitalità ai territori provinciali ma, attenzione, limitandone le funzioni ad ambiti ristretti: gli ospedali psichiatri, le strade minori, i licei scientifici e le scuole professionali.

Quaranta anni fa - come auspicava l’illuminato Ugo La Malfa nel 1974 - sarebbe stato facile abolire questi enti ma prevalsero i piccoli egoismi locali. Fenomeno riesploso nelle polemiche più recenti. Personalmente mi fanno sorridere quei “politici” di piccolo calibro che invocano la lesa maestà, offesi per la Storia sottomessa ad Avellino mentre non se ne curano perorando l’unione del Sannio al Molise. Per non dire di quanti sbraitano per la perdita dei posti di lavoro, tesi falsissima in quanto per i dipendenti dell’ente è previsto il passaggio in blocco sotto l’egida della Regione: e gli unici a perdere il “posto” sarebbe un manipolo di figuranti con tessera di partito. Con enorme risparmio di risorse e di concretezza operativa.

Il discorso è lungo ma mi limito a queste osservazioni, sempre disponibile a spiegare con maggiori dettagli una tesi che rappresenta soltanto l’opinione di un cittadino alieno da spirito “provinciale”.

Cordialmente,

GIACOMO DE ANTONELLIS

Nella foto, da sinistra, Antonio De Lucia e Giacomo de Antonellis

Torna alla home page

Visualizza altri articoli "Abolizione delle regioni"