04/04/2014

La lettera di Luigi Ruscello

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Caro Mario,

accolgo, ancorché in ritardo, l’invito che hai lanciato in un editoriale del 20 febbraio dal titolo «Aboliamo le Regioni e teniamoci le Province», perché aspettavo l’approvazione del ddl Delrio.

Ebbene, parafrasando Gadda, si può ben dire quer pasticciaccio brutto di Delrio, in quanto il testo approvato in via definitiva dalla Camera è un vero e proprio obbrobrio. Al riguardo, mi permetto, molto, ma molto sommessamente, di osservare che, vigente ancora l’attuale Costituzione, ossia con le Province ancora vive e vegete, i commissariamenti, non come istituto a sé, ovviamente, sono anticostituzionali, in quanto, tra l’altro, impediscono l’applicazione dell’articolo 132, secondo comma. Per capirci, è l’articolo in base al quale la Provincia di Benevento avrebbe potuto deliberare la richiesta di indizione del referendum per il distacco dalla Campania e l’annessione al Molise.

Solo come puro divertimento, allora, riporto il testo dell’intervento che avevo già preparato, non senza notare, tuttavia, che il Tuo ritorno sul tema del 23 marzo scorso, con l’invito a non fare un discorso “costituente generale e astratto”, non mi trova d’accordo proprio perché, in base al criterio della fretta e del presunto risparmio, si stanno adottando le più scellerate scelte, vedi, ad esempio, la regolamentazione delle Città metropolitane. Al contrario, sono pienamente d’accordo con il Tuo editoriale del 3 aprile con il quale chiedi con forza l’abolizione delle Regioni. Ma io vado oltre.

A mio modestissimo parere, infatti, il primo, e fondamentale punto, al di là degli eventuali enti locali da conservare o cancellare, dovrebbe essere quello di decostituzionalizzare l’ordinamento amministrativo, lasciando in Costituzione solo la rubrica degli enti fondamentali e affidando alla legge ordinaria la regolamentazione di eventuali altri enti intermedi, che dovrebbero essere a elezione indiretta e senza poteri di spesa. Le loro, dovrebbero essere solo funzioni organizzativo-programmatorie.

A mio parere, infatti, dovrebbero restare in Costituzione solo i Comuni e lo Stato, godendo solo l’ente Comune di un universale riconoscimento da parte del popolo italiano.

Bisogna tener conto, però, che l’Italia fa parte della Unione Europea, per cui sarebbe necessario raccordarsi con le attuali unità territoriali statistiche (NUTS - dal francese nomenclature des unités territoriales statistiques - Regolamento (CE) N. 1059/2003 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 maggio 2003), le quali, svincolate da qualsiasi criterio amministrativo, rappresentano la principale regola per l’attribuzione dei fondi strutturali UE. Ebbene, fino a dicembre del corrente anno le unità interessanti l’Italia, nei 4 livelli in cui esse risultano strutturate, sono lo Stato (Nuts0), le 5 macroregioni: Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole (Nuts1), le 20 Regioni (Nuts2) e le 110 Province(Nuts3).

In ogni caso, quindi, sarebbero necessarie entità intermedie che dovrebbero essere disciplinate solo da leggi ordinarie (vedi, ad esempio, il TUEL).

Alla luce delle precedenti osservazioni, la proposta che mi sento di avanzare è simile a quella elaborata dalla Società Geografica Italiana, perché come base di partenza adotterei i Comuni e i Sistemi Locali del Lavoro. Questi ultimi, fin dal 1981, vengono definiti dall’Istat ad ogni Censimento e al 2001 sono 686 (contro i 955 nel 1981 e 784 nel 1991, da cui la necessità della legislazione ordinaria).

In concreto, attesi i limiti della popolazione previsti dal Regolamento 1059/2003, come NUTS3 si potrebbero considerare i singoli comuni o i singoli SLL con popolazione superiore ai 150mila abitanti e inferiore agli 800mila; come NUTS2 i singoli comuni, i singoli SLL o gruppi di SLL con popolazione tra gli 800mila e i 3milioni; e come NUTS1, infine, i «sistemi urbani», quali raggruppamenti di SLL, con una popolazione superiore ai 3 milioni di abitanti. Questi ultimi altro non sarebbero che quelli proposti dalla Società Geografica Italiana, nel tentativo di razionalizzare la divisione amministrativa su 36 aree per l’intero Paese, per costituire la base delle relazioni sovra comunali e sistemistiche.

In conclusione, sono consapevole che la mia proposta, al di là della sua opinabilità, è lontanissima da una concreta realizzazione, ma, tenuto conto dello sconsiderato modo di utilizzare il decentramento da parte delle forze politiche (da noi cittadini, peraltro, più che consentito, addirittura favorito), sono giunto, purtroppo, alla conclusione che, alla faccia della democrazia 2.0, un riaccentramento delle funzioni di spesa sarebbe forse il minore dei mali, perché verrebbero ridotti i centri di spesa e, di conseguenza, potrebbe essere meglio controllato e circoscritto il fenomeno della corruzione.

Cari saluti

LUIGI RUSCELLO

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