05/11/2014

Via le Regioni bubbone della Repubblica

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La Corte dei Conti ha respinto al mittente i bilanci di quattro tra le più grandi Regioni. Per altre ci sono “solamente” rilievi. Nonostante gli scandali, insomma, non si prende atto della realtà. Le regioni si confermano il più costoso bubbone della Repubblica.

E, allora,è arrivata l'ora di prendere atto che non ci sono cure farmacologiche. Se la cancrena avanza, bisogna amputare, tagliare.

Riproponiamo il nostro appello: Aboliamo le Regioni, teniamoci le Province.

Le Regioni hanno tradito la loro ragion d'essere, che consisteva in un decentramento funzionale e che, nella realtà, non si è verificato. Stato e Regioni si sono sfidati a creare doppioni, con conseguenti rallentamenti, ingorghi, sacche di potere e moltiplicatori di corruzione.

Le Regioni non hanno più una ragion d'essere, perché è l'Italia a essere ridotta al rango di una regione nella composizione della Unione Europea a 28 stati (rectius: regioni). Come è confermato anche dalle populiste (e perciò innocue) minacce di leghisti, dispersi fratelli d'Italia, tardo-comici pluristellati - vale a dire da tutti quelli che propongono di uscire dall'euro o di marciare su Bruxelles - il grumo dei poteri decisionali in molte materie una volta di pertinenza della “sovranità statale” risiede ormai nelle istituzioni comunitarie.

Non c'è bisogno, allora, di tenere in piedi organismi immaginati per frenare eventuali spinte assolutiste di uno stato che non ha soldi per far volare i pochi cacciabombardieri ancora efficienti e che partecipa ad azioni militari solo a patto che ai nostri soldati non si chieda di sparare e che per ogni evenienza abbiamo piacere che ci vengano in soccorso, se possibile, i pur poco amati imperialisti americani.

Non c'è bisogno che in ogni regione ci sia un servizio di protezione civile, il cui compito è quello di girare via fax (via fax! nel terzo millennio!) allerte meteo a sindaci che chiudono il municipio la sera, senza neanche incaricare i loro vice di dare uno sguardo alle previsioni meteo di una tv qualsiasi. Dovesse succedere che qualche sindaco particolarmente zelante voglia di proposito informarsi dal telegiornale Rai della Campania delle ore 14,00, leggendo i dati della pressione atmosferica (che vengono dati insieme alle temperature delle cinque province) si metterebbe le mani nei capelli. Da anni, lo “sceneggiatore” del quadretto insiste nella rappresentazione di una differenza di 36-40 ectopascal (una volta si chiamavano millibar) tra Avellino e Napoli.

Un simile abisso dovrebbe provocare tempeste di vento che da sole farebbero volare dall'Autostrada lungo la discesa di Monteforte autobus e tir. Non so se la Rai abbia un servizio di monitoraggio per verificare la fondatezza di certe informazioni. Ma è dal CoReCom (Comitato Regionale per le Comunicazioni, quello che una volta era presieduto dal sannita-napoletano Samuele Ciambriello) che ameremmo ricevere notizie a proposito dello sproposito.

In ogni regione ce un'ARPA (Agenzia Regionale di Protezione Ambientale, che si completa con la lettera iniziale di ogni regione: in Campania la C fa diventare ARPAC, in Piemonte ARPAP e via di seguito). E si sa come è ridotto l'ambiente. Su tutti c'è in divisa d'ordinanza un Bertolaso o un Gabrielli. Tanto per dire, perché a soccorrere la Concordia non andò l'ARPA Toscana? Direte che non aveva i mezzi. E allora togliamo di mezzo tutti quei carrozzoni che sono tronfi di alti gradi che, quando ce n'è bisogno, si scopre che non ce la possono fare.

Si potrebbe continuare, ma ogni lettore è in grado di farsi da sé la lista delle cose che le regioni non fanno pur avendone in teoria il dovere. O vogliamo ricordare la storia della monnezza nella nostra amatissima Campania?

Autorevoli commentatori e studiosi stanno mettendo ripetutamente il dito nella piaga. E' tempo di pensare ad una apposita assemblea ri-costituente, eletta come che sia (o direttamente dal popolo o formata per emanazione da parlamento nazionale e consigli territoriali), per la scrittura di una nuova carta costituzionale entro un termine certo (sei-otto mesi).

Non può soddisfare il metodo dei rappezzi, sia perché l'iter della riforma parlamentare è troppo lungo (due letture per ciascuna camera nella identica formulazione a distanza di almeno tre mesi ogni volta), non foss'altro perché viene sempre in mente a qualcuno di apportare un correttivo (e il percorso deve partire da capo), e sia perché ci si accorge che è praticamente impossibile modificare un pilastro senza che si corra in rischio di metterne a repentaglio un altro.

Il mio appello di febbraio (Realtà Sannita n. 3/2014) prevedeva il mantenimento delle province, come organi di semplicissimo decentramento amministrativo per materie oggettivamente stimabili come territoriali (le strade, i corsi d'acqua, le riserve naturali non di interesse nazionale, il turismo).

Mi accorgo che non sarà facile legittimare i nuovi organismi usciti dalla cura dimagrante imposta dalla legge... funeraria. In attesa che si cambi la costituzione, gli organi di governo sono stati declassificati a mera escrescenza comunale. Ebbene, tanto per dirne una, a Benevento non so cosa farà il presidente Claudio Ricci. Sappiamo, però, che i quattro esponenti della minoranza consiliare hanno deciso di costituirsi in quattro gruppi distinti.

Quando dico teniamoci le province, sono molto lontano dal pensare che si possa continuare con i capigruppo di se stessi. I romani dicevano che duo non faciunt collegium. Per fare un qualunque organetto superpersonale, bisogna essere almeno in tre.

Se proprio non riacquistiamo il lume della ragione (quella delle tabelline e delle quattro operazioni) non c'è la più pallida idea di dove si possa andare a finire. Ma proprio l'insondabile fine dovrebbe indurci a fare qualcosa.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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