08/03/2009

L'eutanasia ieri e oggi

Non è compito di quest'articolo fare della partigianeria per l'una o l'altra parte indugiando sulle ragioni di ordine teologico-morale o sulle istanze di ordine medico-deontologico, giuridico, socio-politico dando la stura alle più bieche strumentalizzazioni di natura ideologica. È un fatto che il diritto di morire pone una serie di nuovi e complessi problemi, non ultimo quello di sapere se il medico ha il diritto di assecondare il desiderio del malato o della famiglia o della società di fare morire senza troppe sofferenze, di accorciare una vita ormai ridotta a una lunga sequenza di dolori insopportabili o ad una crudele impotenza. Umberto Veronesi, per esempio, pensa che bisogna aggiungere qualità alla vita, e non giorni alla vita. Il problema è stato sollevato fin dall'antichità, ma l'eutanasia solo oggi ha raggiunto - anche alla luce dei recenti episodi di cronaca - e in particolari circostanze, una certa attualità.

Oggi, per eutanasia s'intende più precisamente la soppressione indolore e per pietà di chi soffre o si ritiene che soffra o che possa soffrire nel futuro in modo insopportabile. Si può procurare, sia ponendo un'azione che di natura sua causi la morte, con l'intenzione di uccidere (chi ama gli eufemismi dirà: per porre termine a sofferenze straordinarie, o per chiudere la vita con dignità), ed è questa l'eutanasia positiva o attiva; sia astenendosi dal somministrare i mezzi ordinari e doverosi per mantenere la vita (eutanasia negativa o passiva), ed anche questa omissione è voluta con l'intenzione di provocare la morte.

La letteratura scientifica su questo tema è estremamente scarsa, in specie nel campo storiografico, e una ricerca storica con aggiornati metodi scientifici è ancora tutta da fare. Ippocrate, contemporaneo di Socrate, il medico filosofo più famoso dell'antichità, voleva che l'aspirante all'arte medica dovesse mostrare una provata filantropia: Se lo scolaro - scriveva nei precetti (parangheliai) - soffre per le sofferenze altrui (...), allora si può dedurre che egli amerà quell'arte che insegna ad aiutare l'umanità. Più concisamente: Quando c'è la filantropia, c'è anche l'amore per l'arte (medica). Peccato che anche lui fu incoerente quando ai medici dava il consiglio di non prendere in cura i malati affetti da morbi ritenuti inguaribili. Pur tuttavia egli divenne l'incarnazione del medico ideale e fu merito suo se la professione medica sentì per prima il bisogno di darsi un codice etico, una deontologia medica, detta appunto giuramento ippocratico.

Neppure il povero poteva essere abbandonato, poiché fin dai tempi di Ippocrate vigeva per il medico l'obbligo morale di curarlo gratuitamente. La formula di giuramento richiesta dalla scuola salernitana al promovendo medico conteneva l'impegno per questo dovere. La Chiesa del medioevo diede vigore a questo come ad altri capitoli dell'etica medica, quando impose al medico non solo l'assistenza gratuita dei poveri, ma anche l'obbligo di procurar loro i farmaci di cui avevano bisogno. Insomma, in riferimento alla questione dell'eutanasia in quanto abbandono del malato al suo destino, prevale da sempre nel pensiero medico il dovere di non sopprimere mai una vita umana. Dal punto di vista giuridico oggi l'eutanasia è vietata, è punita dalla legge. Ma l'art. 32 della Costituzione invocato dai favorevoli alla morte dolce, è per costoro chiarissimo: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Sul come applicarlo, però, in Italia c'è il vuoto legislativo, continuando da decenni a non affrontare il problema ed a disquisire con i termini: eutanasia, testamento biologico, alimentazione e idratazione assistite, trattamenti sanitari irrinunciabili. Salvo poi ricordarsene sull'onda dell'emotività, come nella triste vicenda di Eluana e Beppino Englaro. A questo proposito vorremmo segnalare che i responsabili della Comunità Europea si preoccuparono già di questi problemi più di trenta anni fa, ed il 29 gennaio 1976 l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa adottò a Strasburgo un documento contenente delle raccomandazioni destinate a definire i nuovi Diritti del malato. Nel rapporto vennero elencati cinque diritti del malato: il quinto era il diritto di non soffrire. Precedentemente, nel luglio 1974, la rivista americana The Humanist aveva pubblicato un clamoroso manifesto firmato da quaranta personalità di fama mondiale, inclusi tre premi Nobel. In nome del diritto di morire con dignità, i firmatari preconizzarono l'eutanasia attiva o passiva per qualsiasi malato incurabile che ne avesse fatto richiesta, meglio se per testamento scritto quando ancora in pieno possesso delle sue facoltà, ed invocando inoltre la protezione legale per questa forma di eutanasia umanitaria.

Oggi sappiamo che si può prolungare artificialmente la vita e forse domani anche indefinitamente il termine. Se un tempo era ragionevole affermare che il medico ha come missione di preservare con tutti i mezzi a disposizione la vita, oggi ci si può chiedere se una simile affermazione sia ancora ragionevole. Domani essa potrebbe diventare inammissibile, per gli enormi inconvenienti che potrebbe comportare.

GIANCARLO SCARAMUZZO

Torna alla home page

Visualizza altri articoli "Medicina"