19/11/2014

Opportunità e decenza

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Succede che...

A Bari, in un bando di concorso per insegnare all'università, hanno scritto che c'è incompatibilità tra parenti e affini entro il quarto grado se si trovano ad essere concorrenti e membri della commissione esaminatrice. Figli, nipoti e cognati possono fare domanda, ma in commissione non ci devono essere nonni, zii, cugini, oltre che genitori (e cognati, suoceri eccetera). E' noto che marito e moglie non sono “parenti”. All'Università, all'esame di diritto civile di una volta, se si voleva mettere a dura prova il candidato e farlo facilmente cadere gli si chiedeva che tipo di rapporto è quello tra marito e moglie. Non sono “parenti”, non sono “affini” e che caspita saranno? Allo studente imbambolato il perfido assistente (queste cose le facevano loro, gli assistenti, per farsi belli e creare il panico) elargiva la soluzione: sono “coniugi” e il loro rapporto è un rapporto di “coniugio”.

A rigor di diritto, se nel bando non è compreso tra le cause di incompatibilità il “rapporto di coniugio”, una bella moglie (o un marito arrancante) può trovarsi all'esame di fronte il “coniuge”. Sennonché, quando la stampa si è interessata al caso, hanno dovuto ammettere che, anche se non c'è scritto, non è decente che si faccia un gioco stupido (anche perché verrebbe fuori che all'università di Bari qualcuno non saprebbe rispondere alla domanda di cui sopra).

Al Comune di Benevento si devono assumere dei dirigenti. Fatte due commissioni, ad una è stato messo come presidente Aniello Moccia, di recente giunto in città; ad un'altra è stato chiamato Enzo Catalano (un dirigente che si fa in due tra Rocca dei Rettori e Palazzo Mosti).

Tutto regolare, quando si è appreso che entrambi si sono dimessi.

Per quale mai misterioso motivo?

Moccia per una sopraggiunta causa di incompatibilità. Tra i candidati si è ritrovato un figlio.

Catalano si è tolto di mezzo quando ha scoperto che un candidato è proprio quello che lo ha chiamato a lavorare al Comune, Angelo Mancini quand'era dirigente di staff del sindaco.

Qualche consigliere della minoranza (raramente s'era vista una minoranza così tristemente svogliata) aveva fatto notare che tra i requisiti (che la legge prevede in cinque anni di esperienza da dirigente nella pubblica amministrazione) qui si era operato un sconto. Nessuno, però, ha fatto notare che i presidenti sono stati nominati prima ancora che fossero arrivate le domande dei concorrenti. E sì, perché una volta le commissioni venivano formate ad elenchi degli aspiranti già belli e battuti a macchina, affinché i soggetti individuati come possibili commissari potessero accertarsi che tra i detti concorrenti non ci fossero “parenti e affini entro il quarto grado”, proprio al fine di poter sottoscrivere la dichiarazione (sotto personale responsabilità) che non ci fossero cause di incompatibilità. Aggiungo che una inosservanza sulle incompatibilità può condurre all'annullamento della procedura concorsuale.

Come mai a Benevento Moccia si è trovato presidente prima ancora di poter scoprire che c'era un figlio tra i candidati al concorso? Vedete in che pasticcio si finisce quando non si rispettano le regole.

Ma non nascondiamoci dietro le regole, sempre invocate nei convegni e sempre trattate nei fatti come macigni da scavalcare in nome dell'efficienza e della governabilità (o, che so, in nome della libertà dell'arte).

Qui c'è un problema di decenza e di opportunità. E nella pubblica amministrazione l'opportunità è sostanza di buon andamento (questo del buon andamento è argomento dell'art. 97 della Costituzione). E' decente, è opportuno che un signore faccia domanda per essere chiamato a)- dove il padre (facente o no parte della commissione esaminatrice) è già dirigente; b)- dove troverà come presidente della commissione il “beneficiato” di qualche anno prima? Come è garantita la “imparzialità” che i commissari devono assicurare durante l'esame degli aspiranti?

Soprattutto, come è garantita la “par condicio” dei concorrenti?

E' ipocrita e in mala fede chi volesse ribattere che non c'è una legge che impedisca al Moccia junior o ad Angelo Mancini di fare domanda per guadagnarsi uno stipendio da dirigente al Comune di Benevento. C'è il principio supremo su cui si fonda la pubblica amministrazione ed è la sua “affidabilità” che deve garantire la “imparzialità”, in vista del fatto che è addetta al “pubblico bene” e non alla soddisfazione di esigenze politiche o allo scambio, nel tempo, di favori e cortesie.

Se lo stato dei dirigenti al Comune di Benevento è questo, c'è proprio al fondo del sistema qualcosa che non va.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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