04/12/2014

Precursori sanniti della medicina moderna

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Agli albori del XIX secolo, i medici dell’entroterra beneventano potevano contrastare epidemie o malattie spesso incurabili solo con la coscienziosità e l’abnegazione, sotto il peso della scarsità di mezzi e farmaci nonché della lontananza da ospedali e centri di assistenza, pur traendo tuttavia da tali fattori penalizzanti lo stimolo nell’elaborare e mettere in pratica personali e pionieristiche intuizioni le quali però, sperimentate con successo in loco, non ebbero purtroppo notorietà presso accademie scientifiche e universitarie restando quindi nell’oblio fino alla scoperta ufficiale ad opera di altri; proprio come accadde a Giovanbattista Ricci di San Marco dei Cavoti e a Gennaro Polvere di Pago Veiano, ascrivibili a pieno titolo tra gli antesignani della scuola medica sannita per aver individuato - ben centottanta anni - fa cure innovative e di sorprendente rilevanza.

Nati a cavallo tra Settecento e Ottocento e legati da parentela in quanto figli delle sorelle Maria Rosa e Giuditta Capuano di San Bartolomeo in Galdo, questi due valorosi medici appartennero a signorili famiglie con consolidata tradizione negli studi sanitari e di agiate condizioni economiche che gli consentirono, già agli esordi della professione, di dare alle stampe alcuni volumetti contenenti approfondimenti di carattere scientifico, a cominciare da Ricci che nel 1832 pubblicò il saggio Pensieri sulla natura della febbre, delle malattie, e de' rimedj in generale (Napoli, Tipografia Gabriele Gentile) analizzandovi varie tipologie di febbri e distinguendo quella essenziale, cioè la comune influenza, dalla sintomatica cagionata invece da specifici mali e variamente classificata come reumatica, gastrica, esantematica, petecchiale, pleuritica, epatica e apoplettica.

Scettico circa l’efficacia delle poche terapie tradizionali dell’epoca basate sul salasso, sulla dieta e sull’assunzione di «bevande spiritose», il medico sammarchese studiò quindi cure alternative sperimentali con erba digitale e china, intuendo pertanto - tra i primi in Italia - le potenzialità febbrifughe sia della Digitalis purpurea, utilizzata da pochi decenni ma unicamente per le patologie cardiache, e sia della Chincona, ossia un’essenza estratta dalla corteccia di alberi e arbusti solitamente impiegato come antimalarico e le cui molte altre proprietà divennero universalmente note solo dopo il 1856 con la sintesi chimica dell’alcaloide chinina e con ampio uso anche grazie a due leggi del 1895 e del 1900 con la commercializzazione del Chinino di Stato.

Nel piccolo borgo di San Marco dei Cavoti - ove convisse con il fratello Carlantonio e dove essendo celibe potette consacrarsi con massima dedizione alla professione di Dottore Fisico (ossia medico non chirurgo) - Giovanbattista Ricci non riuscì però ad avere la fortuna che avrebbe meritato, non solo per ovvi limiti legati alla scarsa circolazione dei testi scientifici, ma anche per innata umiltà che lo portò a evidenziare sia la genericità del proprio trattato e sia la circoscritta attività di ricerca, a suo dire non certo paragonabile a quella di grandi luminari, tanto da indurlo a scrivere: «Un Diogene or son io nella circostanza che esercito in minimis la mia penna mentre sommi ingegni di serj argomenti si occupano. Ma se per genio del secolo tutti sono oggi in esercizio e scrivono e stampano, doveva io solo starmene inoperoso? Altri scrivono cose gravi, io cose lievi; altri scrivono assai, io poco; altri scrivono ad istruzione altrui, io scrivo ad istruzione di me stesso», mentre sulle varie febbri e relative cure affermò semplicemente di non aver «consultato il partito nello adottarli, ma il solo buon senso. Saranno essi la mia guida al letto dell’infermo. Formeranno essi il cardine della mia pratica. Ma vincerò con essi la ferocia de’ morbi? Arrogante e temerario non sono da pronunziar di sì, poiché al potere della Medicina, subordinato al poter della Natura ed al potere de’ Medici, è superiore l’estesissimo poter de’ Numi».

La modestia con cui Giovanbattista Ricci enunciò le sue intuizioni non servì tuttavia a edulcorare le critiche mossegli dal già citato Gennaro Polvere, il quale lesse attentamente l’opera del cugino e ne diede un giudizio alquanto severo tacciandolo finanche di “cerretanismo”, termine oggi desueto ma con cui all’epoca si indicavano i ciarlatani di paese in riferimento storico alla cittadina umbra di Cerreto ove nel XVI secolo, dopo la messa al bando con il Concilio di Trento di una remunerativa attività di questua, alcuni ex adepti si erano improvvisati medici di piazza determinando la diffusione a macchia d’olio di tale pratica fino ai primi decenni dell’Ottocento, tant’è che le scarse competenze nell’esercizio dell’arte sanitaria furono denunciate dal valoroso chirurgo di Ariano Melchiorre Imbimbo nel saggio Sul Cerretanismo Medico (Napoli 1832), quindi da Carlo Moscatelli nell’Analisi critica sul cerretanismo medico del signor Mechiorre Imbimbo e sintesi su lo stess’oggetto (Napoli, Gentile, 1833) ove tacciò il collega di eccessiva indulgenza nei confronti dei ciarlatani, e infine da Gennaro Polvere con una Lettera sul cerretanismo medico (Napoli,1833)

Il dibattito, nel Sannio, si fece poi particolarmente animato quando il congiunto del dottor Ricci, nel libello intitolato All'egregio professore sig. Melchiorre Imbimbo epistola di Gennaro Polvere pubblicato a Napoli nel 1833 presso la tipografia del Filiatre-Sebezio, esortò il luminare irpino a «smascherar l’impostura …e sceverar la sublime arte d’Igea di quei vili che la profanano» facendo esplicito riferimento al medico sammarchese per l’opera sulle febbri, nonché all’imperizia di alcuni suoi colleghi compaesani nel contrastare un’epidemia verificatasi nell’anno precedente e da lui stesso invece debellata con una terapia sperimentale che oggi - alla luce di moderni studi - consente di ascrivere Gennaro Polvere tra i precursori di un vaccino e di un trattamento curativo per la pertosse, allora popolarmente detta Tosse Ferina. Infatti, assai prima che tali scoperte avvenissero ufficialmente ad opera del belga Jules Bordet nel 1906 e fossero perfezionate negli anni Venti del Novecento, il medico di Pago scrisse: «nel Comune di San Marco dei Cavoti…nel Luglio dell’anno 1832 ebbi il destro d’osservare che la Tosse Ferina v’imperversava epidemicamente resistendo ad ogni rimedio terapeutico. In una mattina v’innestai col pus che conservava ne’ tubi capillari tre ragazzi malgrado la ritrosia dei Genitori e di altri ancor Professori di quel Comune medesimo pretendendo che colla malattia vaccinica la Tosse avesse progredito ma in effetti, a misura che l’innesto andava per gradi a svilupparsi, la Tosse decresceva finocchè, eseguito felicemente il suo corso, perfettamente si estinse».

Alle accuse dell’Epistola, Giovanbattista Ricci replicò tuttavia a stretto giro con il Breve cenno sulla iperstenia e sullo stimolo browniano (Napoli, Tipografia Angelo Coda 1833) nella cui prefazione fece ironici riferimenti alle mansioni secondarie di Gennaro Polvere quale perito fiscale presso il Giudicato Regio di Pescolamazza (oggi Pesco Sannita), lodando di contro la valida opera svolta da suo fratello Angelomaria e altri compaesani quando nel 1832 un’epidemia tifoidea, ossia «di febbre Petecchiale … affliggeva questa mia Patria Sammarco de’ Cavoti e ‘l Comune limitrofo di Molinara di cui fu anche il Governo dagl’illustri Professori D. Pasquale d’Andrea, D. Pasqualino Verdura e D. Angelomaria Ricci Medico condottato locale»; anche in questo caso, purtroppo, le polemiche tra i due cugini finirono col mettere in ombra il valore scientifico del saggio di Ricci nonché la lungimiranza nell’essere stato - tra i primi nel meridione d’Italia - a contrastare le teorie ancora diffuse e largamente condivise dello scozzese John Brown il quale, sostenendo l’interdipendenza tra patologie e influsso di stimoli esterni, si limitò solo a indagare le cause delle malattie e gli effetti delle terapie senza approfondire il collegamento fra i fenomeni.

Oltra a soffermarsi con acume sull’infondatezza di alcuni assunti browniani, il medico sammarchese auspicò che il suo scritto «tenue comunque, sarà di stimolo almeno, se di stimoli si tratta, a lavori migliori ridondando sempre a mia gloria il contribuire o in un modo, o in un altro, sia direttamente, sia indirettamente al progresso della Scienza», intuendo insomma l’importanza del confronto tra colleghi, tant’è che pur nel vivo dibattito scaturito dalla già citata Epistola si ritrova un ulteriore contributo, indiretto ma preziosissimo, circa l’opera del nonno paterno del Polvere il quale ne riportò alla luce l’obliata figura rivendicando il ruolo di primo piano nella storia sannita quale precursore in vari ambiti scientifici. Giuseppe Polvere, infatti, nato a Pago e vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, fu inizialmente destinato a vestire l’abito talare compiendo a Napoli gli studi filosofici presso i rinomati Antonio Genovesi ed Emmanuele Campolongo, mentre poi intraprese quelli medici sotto la guida di Giuseppe Vairo, Domenico Cotugno, Francesco Bagno e Domenico Cirillo, esercitando quindi «con molto lustro e fortuna la sua Professione» come «Medico Ordinario nell’Ospedale Militare di Benevento sotto il Principe di Cutò Alessandro Filangieri, Generale delle Armi di Ferdinando I di felice rimembranza» che resse il principato nel 1798. «Sudò» - aggiunse il nipote - «lunghe vigilie sui libri e al dire del chiarissimo [Adone] Palmierj dispendiò già i beni suoi per apprendere del gran di Coo [Ippocrate] le istesse dottrine astruse feraci solo di pungenti critiche e spine, che il più bel fiore ei spese dei verdi anni onde istruirvisi, che a tal uopo si distaccò doloroso dal seno de genitori suoi, che infaticabile interi giorni passò indefesso sugli aperti cadaveri, che sempre fu astretto a dirigere i passi suoi verso gli asili consacrati all’infortunio ed al pianto e che nel principio di sua penosa carriera languì infine per tanto tempo in taluni tristi soggiorni», mentre «in prosieguo in fine sostenne con onore nei Patri Lari anche le cariche Militari», concentrando altresì la sua opera di ricerca su tematiche ancora pressoché incognite alla scienza e divulgate nei saggi Memoria sull’aurora boreale (1775), Dissertazione sulle componenti e proprietà medicinali dell’acqua minerale della Terra di Pago (1776) e Memoria sulla Rabbia Canina comunicata al Corpo Umano indiritta all’assemblea Medica Beneventana.

Edite dalla Stamperia Arcivescovile di Benevento nei primi anni dell’episcopato di Francesco Maria Banditi, queste opere consentono pertanto di annoverare degnamente anche Giuseppe Polvere tra gli antesignani della medicina e della scienza moderna, non solo per gli innovativi studi sulle aurore e le proprietà terapeutiche delle acque il cui iter d’indagine giunse a compimento soltanto verso la metà dell’Ottocento, ma soprattutto per quelli relativi alla rabbia, di molto precedenti alle scoperte dell’inglese John Hunter (1793) e del tedesco Georg Gottfried Zinke (1804). A cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, giunse insomma dal Sannio un non secondario contributo scientifico, penalizzato purtroppo da un contesto dove ricerca e sperimentazione erano ancora agli albori e dove oggi il ricordo di alcuni protagonisti dell’epoca può solo colmare in parte il rammarico che qui, per circostanze diverse ma insuperabili, non si riuscirono a scrivere in piena autonomia pagine rilevanti della scienza italiana.

ANDREA JELARDI

ajelardi@virgilio.it

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