11/10/2009

Soddisfazione nel Sannio per la scoperta di Iavarone

Il fiore all'occhiello della ricerca scientifica nostrana, vanto e orgoglio sannita, Antonio Iavarone, da sette anni circa approdato oltreoceano (Columbia University Medical Center di New York), grazie alla sua scoperta ha conquistato la copertina della rivista internazionale Developmental Cell. Una nuova e sorprendente funzione della proteina denominata Huwe1 è stata identificata insieme con la moglie Anna Lasorella, barese, e avvalendosi del contributo di Domenico D'Arca e Maria Stella Carro, due borsisti del programma di ricerche anticancro promosso nel 2005 dalla Provincia di Benevento, con l'allora presidente Carmine Nardone, e col sostegno del sen. Pasquale Viespoli, con il Ministero del Lavoro.

La molecola s'è rivelata indispensabile per la corretta programmazione delle cellule staminali del cervello a formare neuroni durante lo sviluppo dell'embrione del topo.

S'è anche visto che la stessa proteina viene eliminata durante lo sviluppo dei tumori del cervello più aggressivi che colpiscono bambini e adulti (glioblastoma multiforme).

Si aprono così nuovi orizzonti che potrebbero portare a nuove terapie contro tumori al cervello e malattie neurologiche.

Nato a Benevento, 46 anni, Antonio Iavarone dopo essersi laureato in medicina a 24 anni all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ottiene la specializzazione in pediatria e oncologia pediatrica e nel 1995, a 32 anni, diviene ricercatore presso il reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Qui indaga il ruolo delle proteine Id nei tumori infantili. Nel 2000 ingaggia un braccio di ferro col direttore dell'Istituto di oncologia pediatrica del Gemelli. Motivo del contendere, uno scandaloso caso di nepotismo da parte del direttore in questione a favore del figlio. Dopo la denuncia, e la cocente delusione per il silenzio del rettore e di tutti gli altri, nel 2002 vola negli Stati Uniti e diviene ricercatore e professore associato presso l'Istituto per gli studi genetici sul cancro della Università Columbia di New York.

Purtroppo, secondo quanto dichiarato da Iavarone, la situazione attuale non è molto cambiata da noi. La fuga dei cervelli è un'emorragia che danneggia e impoverisce sempre più lo Stato italiano. Ed i vari governi succedutisi non hanno mai modificato il sistema della ricerca, anzi, a distanza di tempo, sono tanti gli scienziati italiani che, dopo essere costati molto allo Stato, quando potrebbero divenire produttivi nella competizione internazionale, sono costretti ad emigrare.

Tremendo j'accuse quello lanciato dalle pagine de Il Mattino nell'ottobre del 2002, titolo La ricerca vittima dei baroni, a firma Anna Lasorella e Antonio Iavarone. Ne stralciamo alcuni passi significativi.

(...) Quando decidemmo, nostro malgrado, di trasferirci negli Stati Uniti da Roma non lo facemmo per mancanza di fondi, ma per sfuggire al nepotismo imperante nel nostro istituto. Negli Stati Uniti abbiamo trovato le condizioni migliori per far progredire le nostre ricerche molecolari sui tumori pediatrici del sistema nervoso. Fondamentale per noi è stata la libertà dalle pastoie dell'ordinamento universitario italiano, organizzato più secondo criteri feudali che per le effettive esigenze della ricerca. Il nostro caso non è speciale, anzi è molto simile a quello di decine di studiosi italiani.

(...) Se questo è il quadro della situazione, che cosa si può fare per cambiarlo? Bisogna costruire una rete di centri di ricerca di eccellenza, che sia al di fuori del controllo delle Università italiane, purtroppo tanto resistenti al cambiamento, e si basi sull'unica regola riconosciuta internazionalmente nella scienza: il merito. In questo modo, non solo rientrerebbero in Italia i cervelli fuggiti all'estero, ma si potrebbero anche attirare studiosi stranieri, attivando quella che in america chiamano la rain circulation e creando finalmente quella massa critica di scienziati che è il requisito fondamentale per il successo della ricerca in qualsiasi Paese.

Nel n. 1 del 2006 di Realtà Sannita ci occupammo del programma finalizzato all'istituzione in Benevento di un centro di ricerca, il MIB (Mediterranean Institute of Biotechnology) appunto, con l'intento di selezionare dodici ricercatori, i migliori al mondo, che potessero far ricerca a Benevento. Già allora si parlava di Carmine Nardone presidente e Antonio Iavarone direttore scientifico. Per aspera ad astra.

GIANCARLO SCARAMUZZO

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