L'INFORMAZIONE, IL POTERE E LA GENTE
del 2009-10-24
C'è
un parallelismo illuminante tra le teorie sul giornalismo espresse da
Luciano Violante e Marcello Pera, presidenti emeriti di Camera e
Senato - nel convegno sulla libertà di stampa organizzato a Positano
dall'Ordine nazionale dei giornalisti -, e la pratica, il
quotidiano raccontato nel film Fortapacé su Giancarlo Siani,
il cronista ucciso dalla camorra. Da una parte i ragionamenti
sull'identità del giornalista oggi, dall'altra il percorso
concreto di un giovane abusivo che crede nel suo lavoro, lo
pratica con onestà e puntigliosità.
Se
si riesce a immaginare, a trasporre il giornalismo al posto
della figura di Siani, il gioco è fatto: le teorizzazioni dotte
diventano realtà concrete con cui confrontarsi per dare risposte
collettive ai problemi; per tutelare i singoli operatori
dell'informazione, evitando di farli diventare eroi loro malgrado.
Bene hanno fatto gli organizzatori dell'iniziativa a far precedere
la discussione sulla libertà di stampa con la proiezione del
film di Marco Risi.
E'
il potere, comunque, la chiave interpretativa di qualsiasi
ragionamento che può essere fatto sull'informazione e i suoi
uomini. Potere che viene attaccato per operazioni di
sostituzione, di puro potere appunto. O potere che
viene servito, adulato, coccolato a fini d'interesse personale o di
gruppo. Oppure, come dovrebbe essere, potere che viene
analizzato con distacco, raccontato, senza indulgenze e soprattutto
con autonomia. Violante ha ragione quando esamina il
giornalismo del ‘900 e lo raffronta a quello attuale trovandolo, al
di là delle nuove tecnologie, profondamente cambiato. Allora, nel
secolo passato, c'erano i partiti con le loro pecche e con i loro
meriti, qualcosa di collettivo in cui il cittadino si sentiva
rappresentato. Nel duemila ci sono i leader. C'è la
personalizzazione del potere. E la gente oggi si sente più difesa e
tutelata da un singolo personaggio - Berlusconi o Prodi che sia -,
che non da apparati con complessi e oscuri, per la gente, processi
decisionali. I mezzi d'informazione giocano quindi un ruolo
decisivo. Tenuto anche conto che la legge elettorale, il
porcellum, è tutta costruita dal punto di vista della premiazione
della leadership, depotenziando di fatto la rappresentanza
parlamentare. O scrivi un programma di governo di trecento pagine
- dice Violante - o ti presenti come un leader della decisione
e però ti servono i media che ti devono dare l'immagine di
personaggio decisionista. Guai se questo non avviene. I sondaggi
demoscopici s'impennano verso il basso.
Un'altra
questione delicata è sul tipo di giornalismo che dovrebbe essere
praticato. Giornalismo democratico o giornalismo liberale? Per
Marcello Pera non ci sono dubbi, il giornalismo è liberale, perché
deve difendere la libertà tra le libertà, a differenza del
giornalismo democratico che forma il cittadino alla democrazia.
Il rischio nel giornalismo democratico è la nascita di un cronista
partigiano militante della democrazia. Cioè un soggetto che
sempre nella sua azione d'informazione lavora per formare
alla democrazia, con il rischio di diventare un politico
militante. E' questa la motivazione che fa nascere i programmi
partito, o i giornali partito? O, per converso, è la voglia di
sostituzione, di attaccare il potere per surrogarlo o per trarne
vantaggi?
Forse
alcune definizioni sono troppo manichee per essere realistiche. Siani
era un giornalista democratico o liberale? Certo, non era un
giornalista impiegato, ma un cronista che aveva voglia di
raccontare sul potere quello che vedeva e capiva, senza ipotesi
di scoop o di partigianeria. Probabilmente proprio per questo ci sono
voluti tanti anni perché uscisse fuori la verità sulla sua
uccisione. Se avesse fatto un giornalismo militante, quello del
manganello mediatico o della piaggeria al potente di turno, non ci
sarebbero voluti un magistrato deciso e tre pentiti per far venire
fuori la verità dopo più di dodici anni dalla sua morte. Ma, in
quel caso, chissà anche i media si sarebbero impegnati di più nel
cercare la verità sulla sua fine. Sarebbero state subito bollate
come balorde e depistanti le storie di donne e di omosessualità che
i magistrati seguirono dopo il suo assassinio, uccidendo un'altra
volta non solo Lui, ma anche chi gli voleva bene, dai suoi familiari
alla sua Daniela. Tutto questo ci deve servire di lezione e far
riflettere. Nel nostro Paese, proprio perché c'è una situazione
di assa marea delle istituzioni, con un Parlamento svuotato
dall'Esecutuvo a causa del liderismo imperante, c'è bisogno di
giornalisti equilibrati, credibili e soprattutto autonomi dalle varie
forze condizionanti: quella politica, quella economica, quella
giudiziaria. C'è bisogno anche di strutture di controllo
deontologico che eserticino una giustizia super partes, trasparente e
veloce, che si diano delle regole condivise, per dirla con Violante,
per irrobustirsi senza chiedere una corazza all'esterno.
Insomma, c'è l' urgenza che la gente riconquisti una fiducia che
sembra persa nel giornalismo e nei suoi uomini.
Il
credito è come la libertà, non si conquista una sola volta per
tutte. Ogni giorno c'è una prova, piccola ed insignificante, che
va superata, sia per l'affermazione ed il consolidamento della
libertà, che della fiducia. Per fare tutto ciò, perché
l'informazione, al di là degli slogan, sia veramente libera
bisogna che il giornalista sia autorevole, rispettabile, competente.
Giancarlo Siani, anche se giornalista precario, ovvero, come si dice
nell'ambiente, abusivo, era un cronista autorevole e la
camorra lo sapeva bene. Peccato che altri non se ne siano resi conto.
ELIA
FIORILLO