12/11/2009

Muoversi in tempo è fondamentale

Prof. Guadagno*, come diceva un noto conduttore televisivo, la domanda sorgee spontanea: un evento come quello che ha colpito la provincia di Messina, con precipitazioni fino a 220/230 mm in 3-4 ore, quali conseguenze potrebbe determinare nel Sannio?

Posso dirle subito che eventi di questa portata hanno già colpito la Campania, sono ancora nella memoria di tutti le immagini di Sarno nel 1998 o di Cervinara nel 1999. A mio avviso, l'episodio di Messina ha messo in evidenza una grande necessità: definire dove le frane sono pericolose per l'uomo. È innegabile che nella provincia sannita vi siano zone esposte a questo tipo di rischi. Dobbiamo poi considerare un elemento che in questi ultimi anni sta acquistando un peso sempre maggiore: alludo ai cambiamenti climatici, che portano ad avere nuclei temporaleschi ad alta intensità di pioggia, per cui in 24 ore possono scaricarsi altezze di pioggia di 300mm. Per avere un'idea, in un anno mediamente piovono dagli 800 ai 1200mm: una tale massa d'acqua, evidentemente, può provocare l'innesco di fenomeni franosi superficiali, quelli che noi chiamiamo valanghe detritiche.

Vale a dire?

Si tratta di fenomeni caratterizzati da un'elevatissima velocità e quindi da un grande potenziale distruttivo. Naturalmente, questi possono originarsi in un contesto con determinate caratteristiche geologiche, non certo in tutto il territorio provinciale.

Ecco, come si presenta in linea generale il territorio sannita? Quali sono le aree a maggiore rischio idrogeologico?

Come sa, il profilo del rischio idrogeologico dipende da una serie di fattori, che non si esauriscono nella sola conformazione del terreno. In buona sostanza, possiamo distinguere due macro-zone: l'area che va da Benevento verso il Fortore e quella del Taburno. La prima è un'area argillosa, caratterizzata da fenomeni lenti ma persistenti, che noi definiamo a cinematica lenta; la seconda, invece, in corrispondenza delle dorsali carbonatiche, può presentare fenomeni a cinematica veloce, improvvisi e distruttivi. Avere ben chiara questa distinzione è già un passo importante in chiave di prevenzione, assegnando agli interventi di messa in sicurezza un livello di priorità rapportato alla pericolosità dell'area.

In questo scenario quale ruolo gioca il rischio sismico, in una provincia che conta ben 48 Comuni su 78 a massima sismicità?

La sua domanda centra un punto importante, non sempre adeguatamente considerato. Con il mio gruppo di ricerca, abbiamo studiato molti terremoti del passato che, in conseguenza dell'evento sismico, hanno attivato fenomeni franosi. È questo un elemento da tenere sotto osservazione: in alcuni casi, un esempio per tutti è il terremoto del Sichuan in Cina, non è tanto la scossa tellurica a mietere vittime quanto gli effetti che questa determina, per esempio con l'innesco di frane. Cosa è successo in Cina? Interi paesi sono rimasti inaccessibili ai soccorsi poiché le uniche strade di accesso erano bloccate dalle frane. Il rischio combinato, sismico e idrogeologico, va valutato e monitorato attentamente, soprattutto in quei casi, non sporadici nel nostro territorio, di centri abitati che presentano una sola via di accesso.

È stato fatto qualcosa in questo senso, sul fronte della prevenzione?

Sì, anche se sicuramente non è ancora abbastanza per scongiurare il pericolo. Ricordo, tra gli altri, il progetto realizzato con il mio gruppo di ricerca, finanziato dalla Provincia di Benevento, confluito nel volume La carta delle frane, pubblicato nel giugno del 2006.

Il cosiddetto Rapporto Guadagno...

Si tratta di una sorta di mappatura del territorio provinciale dal punto di vista del rischio idrogeologico, con particolare attenzione ai fenomeni franosi. Nel documento sono state evidenziate le strade interessate da fenomeni franosi in atto e quelle potenzialmente a rischio. È chiaro che, nel caso di paesi situati in zone a rischio, con un'unica strada di collegamento, le alternative sono due: o si mette in sicurezza l'area, oppure si creano altre vie di accesso.

Il ischio è che tutto resti sulla carta...

Infatti. Devo dire che sono stati fatti grandi passi avanti negli ultimi anni, anche grazie all'apporto delle istituzioni, almeno di quelle più sensibili al problema. La base conoscitiva ormai c'è ed è consolidata, a questo punto bisogna passare alla fase operativa. Non basta fissare dei paletti, è necessario che le regole siano rispettate; ed è fondamentale porre attenzione a quei fenomeni che minacciano in primis l'uomo. Purtroppo, lo dico con amarezza, non sempre riscontro nell'apparato istituzionale, ma anche nei cittadini, la necessaria sensibilità verso una corretta gestione del territorio.

In conclusione, prof. Guadagno, dobbiamo temere di più la mano dell'uomo, vale a dire l'abbandono del territorio e l'abusivismo edilizio, oppure la forza della natura?

Sicuramente il Sannio rappresenta un territorio fragile, sotto molteplici punti di vista: bisogna fare un uso consapevole del territorio, cosa che non sempre avviene. Decisiva risulta perciò l'azione dell'uomo, che può far pendere l'ago verso un maggiore o un minore livello di sicurezza. L'unico antidoto efficace, in questa prospettiva, è la prevenzione.

PIERLUIGI DE ROSA

*Francesco Maria Guadagno è Professore ordinario di Geologia applicata e direttore del Dipartimento di Studi geologici e ambientali dell'Università del Sannio; è anche Consulente del Dipartimento di Protezione Civile in qualità di esperto del Gruppo Nazionale di Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche. Ha realizzato, insieme con il suo gruppo di ricerca, sei programmi europei sul dissesto idrogeologico ed è intervenuto in diversi scenari di crisi

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