04/02/2015

Se un giudice chiama idiota un imputato

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Le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario (vuoi della magistratura ordinaria o di quella contabile) offrono un quadro impressionante della separazione ormai difficilmente sanabile tra la “ordinarietà” rappresentata da alcune categorie (con i loro comportamenti anche esteriori) e la valutazione (di disagio, quando non di insofferenza) che ne dà l'opinione della gente comune, ormai disabituata a forme pompose sostituite in larga parte della società civile (ivi compresa parte di quella istituzionale: ministri senza cravatta, un premiere che gesticola peggio di Gino Bartali) da una semplificazione confinante con la sciatteria.

Questa separazione (spettacolare, si direbbe, grazie alla riproposizione di immagini televisive) non è còlta dagli “interessati”, anzi se ne ricava l'impressione di una voluta sottolineatura, se non proprio di un compiacimento. La sottolineatura, cioè, di una diversità.

L'irruzione nella politica con movimenti politici autonomi di magistrati (soprattutto pubblici ministeri) ha generato, in molti apparati della società civile, una sorta di beatificazione liberante. Una società che ha perso gli strumenti (e i soggetti) della tradizionale rappresentanza (e mediazione) politica sembra essere ormai preda di una disperata ansia di delegare a figure profetiche la soluzione dei suoi problemi.

Come spiegare altrimenti il vasto credito improvvisamente concesso a un Di Pietro o a un De Magistris? (Che, poi, la politica abbia cercato di strumentalizzarne, solo per beccare voti, la popolarità è altro discorso).

Nel complesso organismo di una magistratura ormai assurta al rango di primo potere della Repubblica (al punto che gliene si chiede in continuità contributi di competenze per le più svariate funzioni una volta ritenute non cedibili dalla politica), il pericolo che i singoli appartenenti possano venirne disorientati è più che consequenziale.

Per semplificare al massimo il ragionamento: se la magistratura è chiamata a risolvere tutti i problemi del paese, accollandosi oltre alla giurisdizione anche la educazione delle masse e il controllo preventivo di ogni aspetto della vita pubblica, non c'è bisogno di sospettare chi sa quali degenerazioni logiche per immaginare che ci può essere chi cominci a credere che gli si chieda di “salvare il mondo”. E allora il magistrato, più che un membro dell'esercito della salvezza (bonario incitamento al bene fuori da una bisca), può tranquillamente pensare di essere investito di una funzione purificatrice non solo della società ma anche del singolo soggetto che gli capiti a tiro.

Cattolici e liberali (se ce ne sono) nulla hanno eccepito quando il parlamento ha fatto la legge sulle pene alternative e sul fatto che lo Stato (non il confessore, e neanche lo psicologo) sia chiamato a certificare la purezza del pentimento: non, si badi, il regolare assolvimento della penitenza, ma l'esito purificante (e purificato) della sanzione. Essere informati che Berlusconi non solo deve esplicare il servizio di assistenza agli anziani di Cesano Boscone, ma deve sottoporsi ad accertamenti sulla avvenuta ieducazione è semplicemente allucinante.

In questo 2015 si faranno congressi e conferenze sui 900 anni della Magna Charta Libertatum, l'atto fondamentale dello stato moderno, la cui base è l'habeas corpus: il riconoscimento che nessun organo dello stato, a partire dal re, può processare un individuo se non in base ad un regolare processo. Lo stato moderno, nel rispetto di regole, procedure e tempi, irroga pene previste dalle leggi. Non se le può inventare cammino facendo

Le pene hanno un significato retributivo (ti faccio pagare per quello che hai fatto) e, solo lateralmente, emendativo (così capisci che hai sbagliato). Ma il condannato, finito di scontare la pena, è padronissimo di sostenere che non ha nessuna intenzione di cambiare vita. Lo stato, insomma, non gli può imporre la ortodossia di un pensiero, dopo che è saltato anche l'altro principio della religione di stato (cuis regio, eius religio).

Si dà il caso che un pubblico ministero abbia chiamato idiota un imputato. Se è potuto accadere, e quasi nessuno ha avuto da ridire, dipende dal fatto che abbiamo fatto scivolare nel conformismo della santificazione della giurisdizione tanti piccoli arbìtri, rinunciando a quel diuturno esercizio della tutela dei diritti dei deboli attraverso cui si misura la effettività della corretta amministrazione della giustizia.

Idiota? Anche l'idiota ha diritto ad un giusto processo. E anche l'idiota ha diritto al rispetto da parte di un giudice. Il comandante di Costa Concordia (è Schettino, infatti, ad essere stato beneficiato dell'epiteto di cui si discute) deve essere giudicato per quel ha fatto (o non ha fatto) non per quello che è. E così è per qualsiasi altra persona.

Ma, ripeto, se questi giudizi possono essere espressi (e prontamente amplificati dagli strumenti di comunicazione e dai talk show) vuol dire che non se ne è capita la pericolosità.

Se essere idiota è sintomo di pericolosità sociale, a qualcuno verrà in mente di prevedere qualche misura preventiva. Vista, poi, la inefficacia di cure all'acqua di rose, si prevederà magari un trattamento sanitario obbligatorio. E potrà venire in mente a qualcun altro di scorticare parti di cervello per correggere uno scherzo della natura. Francamente sto facendo confusione, mi pare di aver già letto che Hitler o come si chiamava quel tizio in Germania...

Devo però confessare che tutto ciò è nulla rispetto alla prospettiva di un corso di formazione al termine del quale una commissione (magari presieduta da un magistrato) dovrà attestare il superamento della prova.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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