IL SINDACO E IL GIUDICE
del 2010-02-08
Era il secondo numero del secondo anno
di vita di Realtà Sannita, una copia costava duecento lire, e il
fondo era intitolato Il Sindaco e il Giudice. Un assessore
all'urbanistica si era dimesso e c'erano state polemiche e
critiche. Il sindaco dell'epoca, siamo ai primi giorni del 1979,
mandò platealmente le carte alla Procura della Repubblica.
Scrissi che l'attività della
Amministrazione è soggetta all'intervento della Autorità che va
scovando reati penali, ma da questa medesima Autorità non deve
ricevere nessun tipo di approvazione. Il sindaco dell'epoca, che
era (ed è, felicemente) anche avvocato, ebbe modo di replicare, in
privato, che non era affatto d'accordo con la mia tesi.
Sarà l'influsso delle fasi lunari
invernali, la storia si ripete. Stuzzicato dal pressing dell'ex
city manager e attuale consigliere PDL Nicola Boccalone, il
sindaco Fausto Pepe ha perso la pazienza ed è andato alla Procura
della Repubblica, dandone informazione pubblica con una apposita
conferenza stampa.
Dal 1979 ad oggi sono state fatte molte
riforme sulla organizzazione e sulle competenze delle amministrazioni
comunali. Soprattutto è stata esaltata l'autonomia del sindaco
rispetto al Consiglio (è eletto direttamente, se vuole è lui, con
le sue dimissioni, che manda il consiglio a casa), mentre il
consiglio comunale, divenuto organo di indirizzo, non è implicato
nella gestione, dovendo ricevere, per esempio, le proposte di
delibera confezionate dalla Giunta munite da un certificato di
correttezza amministrativo, fornito dal collegio dei revisori dei
conti. Collegio, non un tris di liberi professionisti, ognuno dei
quali produce un parere e altri fanno la somma per ricavarne il
risultato.
Degli atti e dei provvedimenti
amministrativi sono titolari (e responsabili), dal 1993, i dirigenti.
A dicembre 1996 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale (estremo
brandello di dignità parlamentare della classe politica sotto
schiaffo per Tangentopoli) una legge con la quale si esclude
qualsiasi responsabilità ecnica degli organi collegiali
eletti dal popolo, essendo essi chiamati ad interpretare
l'interesse generale e non ad esercitare attività professionale.
Se a febbraio 1979 potevo scrivere che
il consigliere comunale non risponde al giudice (salvo che non
commetta fatti costituenti reato), lo facevo ricorrendo ai principi
del diritto. Oggi posso ricorrere alla legge scritta, cioè al
cosiddetto diritto positivo.
C'è molto da fare per riportare in
mezzo alle assemblee elette dal popolo una sana cultura sulla
divisione dei poteri e sullo stato di diritto. E, nella mancanza
totale di partiti organizzati, che una volta facevano anche cultura
politica, credo sia interesse degli stessi eletti dal popolo darsi
strutture di formazione giuridica e istituzionale per orientarsi
circa ruoli, competenze, funzioni, responsabilità (anziché
inseguire la chimera della Scuola di Magistratura, perché non si
prende l'iniziativa di costituire nella ex caserma Guidoni una
scuola nazionale di formazione per amministratori locali?).
E' pur vero che la statura e il grado
di indipendenza dei dirigenti sono miseramente crollati con
l'attivazione di spoils system caserecci, ma la polemica sui
fatti urbanistici sembra tenere al riparo le responsabilità dei
dirigenti, volendo, invece, premere sui tasti della
esponsabilità
politica.
Non si capirebbe, altrimenti, perché
Boccalone chiami in causa il sindaco.
Se è così - se, cioè, si tratta di
discutere sulle competenze della Amministrazione e della sua capacità
gestionale - mettere nelle mani della Procura della Repubblica la
redazione di un responso tale da chiudere in maniera definitiva la
discussione è operazione priva di prospettive.
La Procura non risponde al sindaco, non
dà pareri alla Giunta, non dà consigli ai consigli comunali. La
Procura non è mai stata e non sta nei circuiti della pubblica
amministrazione, che ha propri organi di controllo e di vigilanza.
E' vero che, quando si parla di
urbanistica, siamo tutti competenti e tutti moralisti, pronti ad
abbattere i manufatti altrui e a tutelare i propri. E' altrettanto
vero, però, che fatti da chiarire e da spiegare alla pubblica
opinione ce ne sarebbero. Il sindaco Viespoli si vide abbandonato dal
proprio assessore all'urbanistica (persona, peraltro, di assoluta
fiducia) e il successore D'Alessandro addirittura sfiduciò da
assessore il proprio presidente di partito.
Le Giunte, che pure qualche competenza
ce l'avrebbero, non pare abbiano mai fiatato. Era pusillanime il
primo assessore e iperattivo il secondo?
Una modesta opinione me la sono fatta.
Ed è la seguente.
Non fu il primo sindaco, quello di
Benevento, allorché, nel 1979, mandò le carte in Procura. Da quella
tendenza a trasferire altrove il luogo della decisione e della
responsabilità è nato un duplice effetto, del quale scontiamo
ancora le conseguenze: a- la Magistratura viene sempre più investita
da iniziative di cittadini e di amministratori, spesso col solo
risultato di ingolfarne il motore -b dirigenti e amministratori hanno
paura di mantenere il punto sulla definitività dei loro atti.
Di qui dirigenti che revocano
concessioni edilizie a distanza di anni, passando a revocare la
revoca, così dando l'impressione non tanto di una incapacità
tecnica quanto di un potere occulto della politica che si
materializza a ondate temporalesche, rumorose ma improduttive di
risultati.
La politica si appropri della sua area
di azione. Passare le carte, che ineriscono ad una funzione propria,
non è segno di forza.
MARIO PEDICINI
mariopedicini@alice.it