L'editoriale di Mario Pedicini
del 2010-03-06
La sera del 29 marzo prossimo sapremo
chi avrà vinto le elezioni per il rinnovo dei consigli regionali.
Quaranta anni fa, il 27 marzo 1970, Mariano Rumor riusciva a
ricostituire un fragile governo, dopo le dimissioni del 7 febbraio.
Il 6 agosto successivo, diventava presidente del Consiglio Emilio
Colombo.
Andavano così le cose, un governo
durava pochi mesi ed erano di più i mesi spesi nelle rattative
che quelli impiegati per effettivamente governare.
La bomba della Banca dell'Agricoltura
era scoppiata a dicembre del 1969. La strategia della tensione
sarebbe durata ben oltre il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro
del 1978, eppure una speranza trovava cittadinanza nelle passioni
politiche.
La Costituzione repubblicana del 1948
aveva costruito lo Stato Regionale. Scelba fece una legge nel 1953
per disegnare il funzionamento delle istituzioni regionali, ma ben
presto molti dei regionalisti della prima ora erano diventati
diffidenti e gli antiregionalisti della Costituente si erano
convertiti al regionalismo. Paradossalmente sia il timore che gli
entusiasmi avevano una unica ragione: le regioni rosse del Centro
Italia. Emilia-Romagna, Toscana e Umbria, saldamente in mano ai
socialcomunisti, potevano spezzare in due l'Italia.
Dal 1963 con le caute aperture a
sinistra e, poi, con le svolte, la Democrazia Cristiana imbarcò
i socialisti del PSI (quelli del PSDI erano alleati storici dal
1947), ma Pietro Nenni non rinunciava all'alleanza con il Partito
Comunista nelle tre regioni.
Ecco spiegato il clima di apprensione
che le elezioni del 1970 non dissiparono. Si votò comunque, il 7 di
giugno, per eleggere i consigli regionali, con un sistema molto
simile a quello vigente per la elezione dei consigli provinciali.
Tanti collegi elettorali quant'erano le province per eleggere il
consiglio regionale, che, poi, nel suo seno, eleggeva il presidente
della Giunta e gli assessori.
In Campania c'era stato sul finire
degli anni '60 un formidabile lavoro di ricerca sulle prospettive
di sviluppo della regione. Il Comitato Regionale per la
Programmazione Economica stese documenti ancor oggi pregevoli (che i
candidati di tutte le liste farebbero bene a leggere), ma i
funzionari pubblici e i professori universitari che ne facevano parte
non si limitarono a dare alle stampe i loro lavori. Organizzarono
convegni, si incontrarono con gli amministratori locali e con le
associazioni culturali, specialmente dei giovani.
La nascita delle Regioni appariva come
l'occasione storica per un decisivo affrancamento dal centralismo
statale a cui si facevano risalire le colpe del mancato decollo del
Mezzogiorno e, soprattutto, dell'impossibile protagonismo delle
classi dirigenti.
Sapete tutti com'è andata. Le
Regioni hanno copiato il peggio dell'impianto statalistico
ottocentesco, l'autonomia regionale è presto consistita in una
replica del vetusto (e vituperato) modello romano. Con una
differenza: che in sede locale le crisi furono molto meno frequenti.
Ciò che consentì qualche timido pluralismo aggregativo, ma impiantò
la mala pianta del clientelismo partitico.
Il resto lo hanno fatto le riforme
presidenzialiste degli anni '90, sicché oggi un po' da
tutte le parti, ma specificamente in Campania, non v'è candidato
presidente che non propugni l'abbattimento del perfettissimo
sistema clientelare ideato e messo in piedi da Bassolino, capace di
appaltare ai partiti e ai governi non solo le ASL e i primari
ospedalieri, ma anche le mostre d'arte e i cantanti che devono
allietare le feste di fine anno.
I 40 anni di esperienza regionale non
recano con sé bilanci esaltanti sul versante della prassi
partecipativa. Neanche si può dire tutto il bene che si vorrebbe per
quanto riguardo la realizzazione di quelle che una volta si
chiamavamo infrastrutture primarie. E sì che lo Stato non si è
dimenticato di noi con le azioni della Cassa per il Mezzogiorno e,
soprattutto, con le ingenti disponibilità della ricostruzione dopo
il terremoto del 23 novembre 1980.
Siamo costretti, dunque, a sperare che
le elezioni del 28 e 29 marzo 2010 possano segnare l'occasione di
una svolta, di uno scatto, di una presa di coscienza. Il Consiglio
regionale e il presidente che eleggeremo tra quattro domeniche
dovranno traghettare la Regione Campania dalla lista delle aree
depresse dell'Unione Europea (quelle beneficiare degli aiuti
straordinari dell'obiettivo 1) al novero delle aree regionali degne
di stare alla pari con le aree più ricche ed evolute. I soldi ci
sono tutti, perché poco è stato impegnato di quanto è previsto per
il quinquennio 2007/2013. Il fatto è che neanche un euro potrà
essere sperperato per rifare marciapiedi, erigere fontane senz'acqua,
appiccicare targhe di cattivo gusto davanti a scuole e opifici il cui
destino pare essere quello della chiusura.
E siamo costretti a sperare che, con la
velocità che le nuove tecnologie informatiche consentono, i pensatoi
sicuramente messi in piedi dai vari candidati mettano in giro idee e
progetti con i quali il lettore possa confrontarsi per dare, con
qualche briciolo di informata conscientia, un voto non a caso.
Le illusioni del 1970 appartengono
ormai al lungo catalogo delle occasioni perdute. Che qualcuno provi,
almeno, ad affrancarci da quel senso di vergogna che ci prende quando
dobbiamo confrontarci con ciò è stato fatto in altri pezzi di
quella Europa che, a 150 anni dalla unità d'Italia, costituisce la
zattera di salvataggio di una nuova comune Nazione.
MARIO PEDICINI
mariopedicini@alice.it