16/04/2015

Napoli fuori regione?

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Tra un mese e mezzo si vota per eleggere il consiglio regionale che governerà la Campania fino al 2020. Poco si sa delle candidature, soprattutto degli accoppiamenti, mentre già trapela qualcosa circa i tradimenti. In effetti non si può ridurre la tenzone ad uno sterile duello parolaio tra due candidati alla presidenza che non possono proporre nulla di nuovo, avendo esaurito il repertorio (anche il pirotecnico De Luca, certo).

Nulla, invece (assolutamente nulla), si sa di quel che sarà la Regione nei prossimi cinque anni.

Succede, infatti, che è nata la Città Metropolitana e di essa bisognerà svelare, prima o poi, connotati e funzioni. Se nella previsione della legge 142 del 1990 (venticinque anni fa!) sembrava che le città metropolitane dovessero rientrare (come dice la parola) nel perimetro comunale, nella evoluzione della disinvoltura istituzionale Napoli Città Metropolitana si sta strutturando sul territorio della intera provincia più qualche annessione dalla parte di Terra di Lavoro.

Dal momento che la città metropolitana in tanto è stata creata dalla fantasia del legislatore per affidarle compiti e funzioni che non ha qualsiasi altra città sembra lecito immaginare che possa diventare una sorta di città-stato. Sulla circoscrizione (ora così ampia) della città metropolitana, i suoi organi di governo avranno funzioni esaustive e assoluta autonomia. Voglio dire: tutto ciò che serve all'area metropolitana di Napoli sarà di competenza di Napoli. Resterà poco da fare per lo Stato (che ci manterrà i presidi delle sue funzioni essenziali: difesa, giustizia, politica estera) e poco o nulla da fare per la Regione.

Sicuramente sulla città metropolitana intesa come una sorta di città-stato la Regione non potrà avere compiti di supervisione, di coordinamento, di vigilanza e di controllo. Non è immaginabile una relazione di tipo gerarchico.

E allora ne discende una conseguenza ineluttabile. Ed è questa: la città metropolitana sta fuori dalla Regione. Così come non sta dentro lo Stato (sta dentro la Repubblica). Presso la città metropolitana ci possono stare (come per lo Stato) le funzioni regionali che non sono riconducibili alle funzioni metropolitane. Ma mi sa che questa resta una affermazione astratta, solo teorica. Sicuramente un organismo inventato per mettere il turbo a tutte le decisioni che riguardano il proprio territorio e la propria popolazione non ha necessità di avere da qualche parte un ufficio di rappresentanza dell'assessorato regionale all'agricoltura, o al turismo, o alla formazione professionale.

Conducendo il ragionamento alle estreme conseguenze, la Regione Campania non avrebbe alcuna giurisdizione sul territorio, di pertinenza esclusiva, della città metropolitana.

Ne discenderebbe che Regione e città metropolitana sono due entità “indipendenti e sovrane”, per il fatto che si va verso competenze esclusive.

Il cafone delle zone interne che scrive queste note osa giungere alla conclusione che la città metropolitana sta fuori dalla Regione e che, di conseguenza, la stessa (città metropolitana) potrà essere esonerata dalla fatica di contribuire alla elezione del consiglio regionale.

Il 31 maggio andrà come cinque anni fa. Ma prima o poi potrebbe succedere che i 50 consiglieri regionali dovranno uscire solo dai territori (e dalle popolazioni) delle rimanenti quattro ex province. La Regione Campania, intesa come istituzione dotata di potestà legislativa esclusiva e concorrente e di potestà amministrativa quasi del tutto esclusiva, sarebbe costituita dal territorio (e dalla popolazione) della attuale circoscrizione, detratta la circoscrizione della città metropolitana.

Oltre al profilo argomentativo del cafone delle zone interne, soccorre anche un profilo documentale, cioè letterale, della nostra amata Costituzione. L'art. 114 (così come modificato dalla riforma del 2001) afferma che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, entità così ordinate secondo il principio di sussidiarietà.

E' follia sperare che un discorso del genere si possa sentire dalla bocca dei nostri prossimi candidati? A ben riflettere saranno in tanti, tra loro, a mangiarsi le mani. Se ci avessero pensato prima a togliere dal novero degli elettori, e quindi anche dei candidati, i pescecani napoletani, oggi i nostri correrebbero per un multiplo rispetto ai due miseri posti in palio.

La riorganizzazione della struttura pubblica del governo locale non può essere calata dall'alto. Una discussione libera da condizionamenti, ancorché orientata a sostenere interessi specifici, è ciò che serve per esonerarci domani dal vittimismo, che si sostanzia (sempre) nell'addossare le colpe agli altri.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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