20/05/2015

Un innaturale sodalizio

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Non diro' nulla sul progetto di scuola che il governo Renzi ha in cantiere. Lavori in santa pace il parlamento. Siamo testimoni oculari di frenesie di ministri che, anziche' far funzionare la macchina (questo significa amministrare) si lambiccano a lanciare nuovi prototipi.

Ci fu un tempo in cui era politically correct (conformismo puro, cioè) abbattere la riforma Gentile. E difatti sta ancora lì, anche se hanno mutato (e moltiplicato) la onomastica degli istituti scolastici e di chi ci lavora.

Tuttavia, appresso a ministri e sottosegretari andavano più o meno concordi sindacati, associazioni professionali laiche e clericali. Tutti a volere una cosa urgente e indilazionabile, in nome della costituzione e delle magnifiche sorti e progressive. Cavallo di mille battaglie era la riforma delle scuole superiori. Sapete com'è andata.

Adesso, con un governo che sbandiera un consenso mai prima visto, succede che la riforma proposta non piaccia a nessuno tra quelli che questa riforma dovrebbero attuare. Micidiale miscela esplosiva è la unitarietà del dissenso. E' stato evocato, nientemeno, il blocco degli scrutini. Ricordo la mia meraviglia, allorché giovane funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, andai a curiosare - per fare migliore conoscenza - nel cortile del Convitto Nazionale (e lo vogliono chiudere! bisogna affiggere una targa, invece) ad una assemblea plurisindacale e scoprii che uno dei più spericolati agitatori era il costumatissimo preside del “Giannone” Rocco Maria Olivieri. Che univa (lui candidato liberale alle elezioni regionali) le proprie ambasce a quelle di un Giovanni Radice, propugnatore di una difesa dei docenti fuori ruolo (c'era un apposito sindacato libero chiamato SNAFRI). Era il mese di giugno del 1970.

Nel 2015 anche il governo Renzi promette di “eliminare il precariato”. Dopo aver concesso 80 euro al mese ai meno abbienti, opportunamente accantonato il progetto di costruire otto milioni di baionette nuove di zecca, progetta di arruolare nella “buona scuola” (falsa modestia) ora 150 mila, ora 120mila, ora solo 100mila docenti. Il capo (del governo s'intende) s'è messo alla lavagna (quella tradizionale, niente lavagne interattive dove tutto si trattiene e non si può cancellare neanche una virgola) ed ha spiegato la sua “buona scuola”.

Il 5 maggio la scuola che c'è (non tanto buona, visto che se ne vuole fare una buona?) va a Roma e anima un corteo di “animosi bersaglieri”. Quel giorno saltano in molte scuole medie le prove Invalsi. Il 13 le stesse prove (che dovrebbero servire a confrontare i livelli dei nostri studenti con quelli di altri popoli civili) saltano per iniziativa degli studenti, i quali accampano un tradizionalissimo sospetto. Che dietro ci siano inconfessabili manovre per aiutare le scuole private, o per far arrivare alle università che contano i soliti predestinati. Dicono, insomma, che la meritocrazia è contro l'uguaglianza.

Anche i presidi non vogliono essere valutati. Anni fa si fece una sorta di simulazione, si spesero soldi per le commissioni e altro, ma nel contratto c'era scritto che gli esiti della valutazione così portata avanti non dovevano avere nessuna incidenza sulla progressione di carriera (anche economica, si capisce) dei suddetti presidi diventati, a tutti gli effetti, “dirigenti pubblici”.

Dunque, gli studenti si sottraggono alla procedura di valutazione perché non la riconoscono come strumento di possibile miglioramento delle scuole, ma come un tossico che provocherebbe una paralisi sociale.

Nell'Italia degli unanimismi (ora ondulatori, ora sussultori) non ci sarebbe da meravigliarsi di questa totale omogeneità di pensiero tra docenti e discenti. La scuola produce i suoi frutti. Il pensiero dominante tra i docenti si salda perfettamente con il pensiero dominante dei giovani. Il processo è reso inattaccabile dalla compartecipazione dei genitori, tutti formati alla stessa scuola, e pertanto in perfetta sintonia generazionale e culturale. La scuola funziona (e come funziona) per accreditare l'etica della irresponsabilità. Mentre si proclama in piazza il no alla valutazione si è completato a casa l'albero genealogico dei professori della imminente maturità, si sono acquisite notizie sul conto del presidente degli esami di licenza media. Una volta le famiglie preoccupate dopavano i pargoli con banane e acutil. Adesso cingono d'assedio i docenti (sono questi per loro veri momenti di gloria) perché le “ammissioni” siano tali da garantire esiti in linea con le attese.

Prendete gli esiti (con i voti) degli esami di maturità e vedete che la nostra è una scuola che soddisfa pienamente l'orgoglio delle famiglie. E il cerchio si chiude. Famiglie-studenti-docenti sono perfettamente amalgamati in un sodalizio innaturale.

La abdicazione delle generazioni adulte alla loro funzione educativa ha annullato il momento dialettico della formazione. Padri e figli non sono più modelli in severa competizione ma alleati di una etica spensierata, che di tutti i mali riesce a dare la colpa agli altri. Ogni consociativismo è immorale, ma questo è micidiale. Altro che camorra, si annida in questo miscuglio incestuoso di compromissioni il terreno di coltura della fine di ogni slancio e di ogni sogno. Cioè della fine della libertà personale.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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