22/10/2015

Devastate le colline sannite

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Non si rimetterà tanto presto il Sannio da questa mazzata! Abbiamo potuto verificare la portata del disastro, osservando non solo i danni che la piena dei fiumi ha provocato in città, ma anche quelli che sono stati causati dalla violenta pioggia in collina: le frane e gli smottamenti che hanno interessato tutto il territorio intorno a Benevento per vasto raggio. La strada provinciale per Fragneto Monforte, ad esempio, che è ora l’unica direttrice che collega direttamente il capoluogo con il paese delle mongolfiere, visto che la SS. 87 Sannitica è chiusa da mesi per una frana, è transitabile solo grazie al pronto intervento delle ruspe, che l’hanno sgombrata dai massi e dal fango precipitati dai campi che la costeggiano, anche se la carreggiata è ristretta in più punti e bisogna fermarsi per cedere il passo.

La strada ha un percorso tortuoso, inerpicandosi fra le colline sannite. I terreni limitrofi coltivati a viti, a olivi, a grano, sono tutti in forte pendenza. Oggi i campi presentano profonde ferite, burroni, ampi squarci provocati da erosioni e movimenti franosi. Lo scivolamento dei suoli ha scoperto la matrice rocciosa da cui si sono staccati massi che che si sbriciolano e rotolano insieme al terriccio, invadendo la strada sottostante. Difficile quantificare i danni, vista la portata enorme.

Indubbiamente il fenomeno meteorologico è stato violento, ma i cambiamenti climatici degli ultimi anni ci mettono sempre più di fronte al rischio di eventi simili che, d’altra parte, non sono neppure sconosciuti al nostro territorio e per questo bisogna stare sempre all’erta.

Siamo proprio sicuri che i danni siano stati provocati esclusivamente dal nubifragio del 15 ottobre?

Crediamo di poter affermare che la quantificazione dei danni sia accresciuta in buona parte dalle inefficienze delle pratiche colturali.

In altre parole, ci sono delle responsabilità umane se i danni causati dal maltempo sono stati così ingenti.

Abbiamo, infatti, notato che le frane interessavano soprattutto quei campi che, malgrado la forte pendenza, apparivano arati di fresco e in profondità, fino al margine della strada, lasciato privo di qualunque argine naturale come alberi o siepi. La conseguenza è stata che la forte pioggia non ha incontrato alcuna resistenza ed ha trascinato con sé tutto ciò che incontrava, spostando enormi tratti di terriccio e di pietre, invadendo la carreggiata.

Il desiderio di aumentare la produzione spinge i nostri agricoltori a pratiche sempre più energiche, con l’uso di mezzi meccanici sempre più potenti che dissodano alti strati di terreno, che, reso sempre più friabile, inaridisce facilmente con i lunghi periodi di secca, mentre è molto esposto al dilavamento causato dalla pioggia.

I nostri contadini non praticano più semplici accorgimenti che avrebbero potuto limitare il disastro: manutenzione / ripristino della rete di drenaggio superficiale nelle aree agricole (fossi, solchi, acquai); stabilizzazione superficiale e protezione dall’erosione dei pendii, con le cosiddette taglie, cioè le sistemazioni per le acque superficiali; riforestazione, gestione del bosco e protezione dagli incendi boschivi; manutenzione / ripristino dei terrazzamenti agricoli; manutenzione / sistemazione del reticolo idrografico minore (ruscelli, valloni).

Certo queste pratiche non avrebbero evitato il disastro, ma avrebbero mitigato il desolante quadro di oggi.

La frammentazione della proprietà terriera unitamente ad una scarsa formazione culturale spinge gli operatori agricoli a forzare il terreno per cercare di trarne una produzione più consistente. Lo stress produttivo però impoverisce la fertilità dei suoli. Per riparare alla perdita di sostanza organica, poi il contadino deve intervenire con massicce dosi di fertilizzanti chimici, che sono naturalmente dannosi per la salute.

Come si vede è un ciclo vizioso, che è difficile da smontare. Occorrerebbe infatti convincere gli agricoltori delle colline sannite a non usare i loro potenti trattori, utili se si trovassero in un latifondo nella pianura padana, ma non su un ettaro di terreno con pendenza del 20% ed oltre.

Il contadino non è solo un lavoratore e un produttore, ma ha il fondamentale compito di presidiare il territorio. A lui è affidata la tutela ambientale, che si ottiene rispettando la natura morfologica ed idrogeologica del luogo. Non si può snaturare la terra forzandone la produttività e minandone la struttura. Infatti, se osserviamo l’andamento delle frane sulla strada provinciale per Fragneto, noteremo che laddove i campi non sono stati arati o dove c’è la vegetazione erbosa, i danni cusati dall’alluvione di ieri sono stati minimi o non ci sono stati affatto.

Si dovrebbe praticare cioè il  sod seeding la coltivazione su sodo, oppure il minimum tillage, una tecnica agronomica conservativa che prevede la minima lavorazione del  terreno  investito con le coltivazioni erbacee allo scopo di mantenere una fertilità fisica paragonabile a quella dei terreni naturali. Se si seminasse sul sodo, si otterrebbe una produzione meno ricca, ma si ridurrebbero i costi per fertilizzanti e diserbanti, soprattutto quando si affiancano a queste tecniche, quella delle rotazioni dei terreni, perchè si darebbe il tempo alla natura di reintegrare le sostanze nutritive. Il cotico erboso, infatti, reintegra la fertilità ed è una difesa naturale contro il dilavamento, le frane e le erosioni.

Il proprietario di un campo che confina con un’arteria transitabile al traffico veicolare inoltre deve preoccuparsi di lasciare degli spazi di rispetto sul fronte strada, piantati a siepe o ad alberi, che pur riducendo un po’ il suolo coltivabile, eviterebbero i movimenti franosi, i cui costi di riparazione ricadono sull’intera comunità, come possiamo ben vedere in questi giorni. Con ciò non vogliamo colpevolizzare nessuno, ma prima di maledire il destino, riflettiamo su come abbiamo trattato il nostro territorio.

PAOLO DE CICCO E PAOLA CARUSO

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