18/11/2015

La vita è tutto un quiz

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Tra i fenomeni in atto nella società odierna ce n’è uno che sfugge all’attenzione, ma che si sta lentamente insinuando ed il cui ruolo assume un peso sempre maggiore. Sto parlando della spersonalizzazione dei processi di selezione, un concetto apparentemente astruso, ma che in realtà coinvolge la vita di molte persone.

Questo processo è iniziato in tempi non proprio recenti, ma ultimamente se ne sente parlare con frequenza. La sua forma più tangibile è incarnata nei famigerati quiz o test a risposta multipla, che ormai sono diventati la regola nelle occasioni più disparate, dall’esame teorico per la patente ai concorsi pubblici. Già negli anni ‘90, quando molte università fissarono il numero chiuso per alcuni corsi di laurea (prassi che oggi è divenuta maggioritaria, al punto che i corsi aperti a tutti sono l’eccezione e non la regola), per far fronte all’enorme numero di partecipanti alle selezioni furono adottati i quiz a risposta multipla, che non vengono corretti da esaminatori in carne ed ossa, ma da un sistema informatico. Ecco l’aspetto spersonalizzante: non è un essere umano a stabilire chi è dentro e chi è fuori, ma un software.

I vantaggi di questo sistema sono innegabili: innanzitutto, consentono di velocizzare il lavoro di correzione, poi garantiscono un’assoluta imparzialità, infine riducono al minimo la possibilità di errori di valutazione: certo, anche i computer possono sbagliare, ma molto più raramente degli esseri umani. Un quiz a risposta multipla inoltre complica la vita a chi vorrebbe barare: anche se le domande sono uguali per tutti i concorrenti, sono disposte in ordine differente e così le risposte; se per uno la risposta corretta alla domanda numero 16 è la A, il suo vicino di banco avrà la stessa domanda al numero 28 e la sua risposta giusta sarà la D. Copiare diventa quasi impossibile. Inoltre, un programma informatico non può subire pressioni e non favorirà i raccomandati.

Col passare del tempo, questo metodo dei quiz a risposta multipla dalle prove d’accesso alle facoltà a numero chiuso ha finito per diffondersi anche agli esami universitari. Molti professori hanno adottato la prassi della prova scritta per scremare il numero di coloro che accedono all’esame orale, alleggerendo così il carico di lavoro in occasione delle sessioni d’esame. I quiz sono poi entrati anche nelle scuole superiori, tramite i ben noti test Invalsi, che costituiscono la terza prova scritta dell’esame di maturità. E sono ormai la regola in quasi tutti i concorsi pubblici.

Ma se l’imparzialità è un vantaggio, quanto è giusto che uno studente sia giudicato da una macchina anziché da un essere umano? Perché di fronte ad un tema, un professore può essere severo o clemente, lo stesso elaborato che da un insegnante sarà valutato al di sotto della sufficienza, per un altro potrebbe essere più che valido. Un computer invece non guarda in faccia nessuno: tutti saranno trattati allo stesso modo in base a parametri oggettivi.

Un altro campo dov’è avvenuta una totale spersonalizzazione delle selezioni è quello delle agenzie di lavoro: chi è in cerca di un impiego avrà di certo consegnato il proprio curriculum ad una o più agenzie. Ma forse non tutti sanno che, una volta ricevuto il CV, l’agenzia non si metterà alla ricerca di un’offerta di lavoro adatta: i curriculum vengono invece archiviati in un database ed indicizzati in base a determinate caratteristiche (età, titolo di studio, esperienze del lavoratore) e, una volta che l’agenzia riceverà delle offerte, il software provvederà a selezionare i curriculum più adatti a seconda delle richieste. Quindi, non vi sarà alcuna considerazione per lo stato di necessità della persona che cerca un lavoro: il computer non guarda se è un padre di famiglia, se ha dei figli da far studiare, da quanto tempo è disoccupato; per il computer ogni persona in cerca d’impiego è solo una somma di dati che cercherà di far combaciare al meglio con la disponibilità di lavoro, secondo un algoritmo prestabilito.

È questa la società che stiamo creando, in cui ciascuno di noi non è un essere dotato di pensieri, emozioni e sentimenti, ma solo un insieme di dati e parametri? Forse la mia è solo una paranoia di tipo orwelliano, ma ho paura che il mondo in cui viviamo veda sempre di più le macchine che operano scelte un tempo riservate al giudizio degli esseri umani.

Saluti dalla plancia,

CARLO DELASSO

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