18/11/2015

Laudato si' Slow Food

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A poche ore dai fatti di Parigi ho partecipato, in quel di Tufara, ad un convegno a piu' voci sulla enciclica di Papa Francesco Laudato si'. Ho dichiarato, senza giri di parole, che il documento (una circolare indirizzata a tutti i responsabili dei disastri ambientali con le raccomandazioni a non commetterne più) appare come una elencazione di questioni, non tutte di pari livello concettuale, frutto di una esperienza pastorale maturata in quella parte della “fine del mondo” quale Bergoglio stesso confessò di essere il suo habitat formativo. E' mio convincimento, infatti, che vi si avverte una palese frattura (per non dire incomprensione) con il patrimonio storico-culturale della tradizione euromediterranea, che pure il cristianesimo ha fatto proprio per diffondere il messaggio evangelico.

Ho confessato che mi aspettavo, per naturale contrappasso, di uscire con le ossa rotte se non addirittura sanguinante dal dibattito successivo.

La provocazione ha funzionato, perché ha toccato il vero nervo scoperto. Gli interventi successivi hanno accuratamente scansato le ragioni della possibile contesa e, in qualche caso, sono fluiti lungo le argomentazioni di una militanza. Il Papa, cioè, è stato arruolato in uno scenario presso il quale trovano casa tutti quelli che possono intestare ogni nefandezza alle multinazionali che si comprano le terre ricche di acqua e impongono il consumo del petrolio (dalle stesse prodotto e venduto) per il riscaldamento e per fare la plastica. Ci manca solo la citazione delle Democrazie Plutocratiche (Sioniste e/o Massoniche, fate voi).

E con lo zelo tipico di chi non sa far altro che “aderire” e “professare” si manifesta quella idiosincrasia a guardare le cose con realismo e coscienza critica. Cristo fece una distinzione tra il pubblicano e il fariseo.

Il fariseismo dei giorni nostri è il buonismo a senso unico. Certo, vive e prospera anche grazie alla volgarità e alla pochezza culturale di chi crede che ogni occasione sia buona per fare propaganda elettorale. Ma anche il buonismo è un ottimo filone elettorale.

E se ci riduciamo a schieramenti preconcetti, saltano in un solo momento fede e ragione. Laddove qualche Papa aveva affermato che la stessa fede deve essere riconosciuta e alimentata dalla ragione. Che è retta e sana se è frutto della libertà e, a sua volta, ne è alimento.

Ascoltando con interesse, ho gettato uno sguardo sul tavolo per sbirciare libri e appunti (io mi ero portato l'enciclica sul pc portatile). Mi ha colpito che il padre francescano don Gabriele Marino avesse una edizione dell'enciclica con una “Guida alla lettura” di Carlo Petrini. Vuoi vedere che, nell'orgia alimentare ed enologica di EXPO appena chiuso a Milano (e approfittando degli incassi, dati per favolosi dalla propaganda di regime), Slow Food si sia dato a stampare e diffondere l'enciclica di Papa Francesco?

Ho allungato il collo e ho visto che il libro è edito da quelle che una volta si chiamavano edizioni Paoline, cioè da una ramificazione operativa nel campo della comunicazione di quella straordinaria realtà iniziata da don Giacomo Alberione e diffusa in tutto il mondo.

Ho voluto, allora, prendere in mano il libro e scoprire se, per caso, esista un Carlo Petrini che non sia il fondatore di Slow Food e sia, magari, un gesuita, un domenicano, un francescano, un vescovo o un teologo o un sociologo (le edizioni Paoline stanno a Torino dove la sociologia è stata insegnata da Luciano Gallino, di recente scomparso). La ricerca ha dato esito negativo. L'autore della Guida alla lettura dell'enciclica papale è proprio lui, il Carlo Petrini fondatore (nel 1989) di Slow Food. Persona rispettabilissima, per carità, con un nutrito curriculum di successi. Non oso attribuirgli nessuna colpa.

Mi chiedo, invece, se le edizioni Paoline non abbiano in organico un “commentatore” più addentro alle cose di Chiesa, capace di sistemare le molteplici questioni che il Papa affronta affinché il lettore ne possa cogliere nessi e conseguenze, ma anche ascendenze dottrinali e riferimenti testuali, oltre quelli riportati in nota dal Papa stesso (246 paragrafi e 172 note). Chiamo in causa, cioè, l'indolenza di un mondo cattolico che rinuncia al protagonismo (e all'orgoglio: che non è sempre peccato) di una testimonianza alta e impegnativa e appalta anche l'esegesi del pensiero del Papa alle correnti superficiali di un conformismo che asseconda una massa umana del tutto ostile verso le fatiche della conoscenza, del pensiero, della riflessione. In una parola della libertà critica e responsabile, per rifilargli, come ho già scritto altra volta, “merce avariata”.

Non mi pare rispettoso del tormento e dell'impegno di tanta (altra) parte di questo variegato mondo cattolico la sua assimilazione ad una svogliata classe di doposcuola. Ricordo, peraltro, che ai doposcuola di una volta venivano dati in dono i classici della Biblioteca Moderna Mondadori.

Alcuni ipercritici di questo Papa usano chiamare in causa l'azione del Diavolo. Ne ho troppo rispetto (del Diavolo) per scomodarlo per così poco.

Slow Devil? Ma no. Solo Slow Food. E Arci e Libera e Uisp. E l'acqua bene-comune secondo le intenzioni di De Magistris e De Luca. Amen.

MARIO PEDICINI

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