03/12/2015

'Pigghia nu bastune e tira fora li denti... '

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Sfogliando… ma esiste un termine per sfogliare un tablet? Potrebbe andar bene scorrere?... comunque sfogliando distrattamente l’ipad inciampo in una frase… Oh, il Sud è stanco di trascinare morti in riva alle paludi di malaria,… e penso che sia il solito lamento. Cerco, e davvero si tratta del Lamento per il sud di Quasimodo. Leggo la poesia, forse non la conoscevo, e apprendo che fu scritta a Milano, da tempo emigrante dalla sua Sicilia. I temi sono noti, la malinconia, il disappunto, l’evidenza di essere inerme, o semplicemente incapace di sradicare il male che viene da lontano. Ma sfogliando un tablet mi pare di essere al supermercato, guardi tutti gli scaffali e magari compri anche cose di cui non hai necessità. C’è la mensola dov’è riposta la questione meridionale. M’interessa? Una parola tira l’altra, così come una frase rinvia ad altre locuzioni. Ma c’è un legame tra le due cose, un’affinità concreta. E la lettura mi rinvia a Sciascia… Ma guarda un po’, un altro siciliano, o un altro che la pensa allo stesso modo, o magari tutt’e due le cose.

Il sud è periferia, e questa, lo sappiamo bene, affascina gli artisti perché partorisce intimi contrasti. C’è dunque un nesso di causa-effetto nella scelta che gli artisti fanno nella ricerca del luogo dove abitare. E spesso al lamento della lontananza forzata s’associa quello delle miserie dei luoghi e delle varie ristrettezze, non ultima quella economica. E’ un dato di fatto, però, che l’indigenza acuisce l’ingegno. Nel caso di Quasimodo si sente intenso il rimpianto per la sua terra, l’estasi del mare, le abitudini della gente, le vibrazioni che la conchiglia emette suonata dai pastori; e poi le nenie dei contadini che tornano dal lavoro, e gli aironi e le gru e i cavalli sotto coltri di stelle. E’ forte la malinconia ma c’è rassegnazione, soprattutto quando dice, altrove, che Ognuno sta solo sul cuor della terra… perché ogni luogo è adatto per essere vissuto, magari per rifondare le proprie radici. Tant’è che lungo l'Adda, nelle Brianza lecchese, è stata messa una lapide scolpita con una sua poesia, e forse anche lì le nuvole che sguazzano con gli uccelli si riflettono nelle stesse acque della sua Sicilia. Ma c’è anche rabbia, o forse è solo sofferenza per la certezza di non poter tornare in quella che è ancora la sua terra. Ma è una rabbia solo sua.

E l’altra rabbia, quella posseduta e condivisa, dove al posto della dolce malinconia ristagna un cieco furore, dov’è? E’ tutta lì, nella questione meridionale, che ha prodotto quasi solo fiumi d’inchiostro e correnti di parole? I partiti hanno solo cavalcato l’onda e i governi si sono adeguati a gestire, di volta in volta, l’emergenza. E ci hanno urlato che al sud ci sono intelligenze sopraffine ma non adatte a sprigionare energie per svilupparsi, che ogni volta che si tenta di far partire la crescita spuntano ladri come funghi per dilapidare gli stanziamenti, che negli ultimi decenni siamo stati capaci solo di trasformare i nostri territori in enormi immondezzai e così via.

Sappiamo bene, però che la crescita non è sinonimo di progresso, e che questo ha necessità di profonde prese di coscienza, serie programmazioni e soprattutto che i denari necessari siano realmente spesi per le necessità locali e non spostati altrove.

E mentre i governanti e leader fanno finta di accapigliarsi, nel teatro-tenda della politica, lo scadimento che si genera e governa la vita politica e sociale del paese lascia solo cumuli di macerie, spesso mascherate con il silenzio e la rassegnazione soprattutto dei giovani meridionali.

Il tempo delle illusioni e degli inganni ci ha insegnato che il sud, i sud in generale, sono geograficamente lontani dai centri delle decisioni, e già questo la dice lunga. Dunque non finiranno mai le angherie, perché i sud saranno sempre condannati a soccombere? Ma allora noi, gente del sud, di quale lamento dobbiamo vestirci? Ci è perlomeno consentito lamentarci?

Dobbiamo rifarci al falso lamento, quello ipocrita degli intellettuali, che utilizzano i sud come materia prima con cui farsi largo nel loro mondo cristallino e sterilizzato? O dobbiamo utilizzare quello inefficace degli idealisti, circondato di scetticismo perché lontano anni luce dai problemi reali? O è forse necessario, ricorrendo a un semplice ma grande canzonettiere, l’abbandono del lamento …Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti... Magari il bastone non è il modo più civile per risolvere le questioni, ma i denti, pur senza scomodare premi Nobel e illustri meridionalisti, è necessario tirarli fuori, per dare un senso di esistenza e di coraggio, e non fosse altro perché la lotta sarebbe la sola strada per ottenere il rispetto dei propri diritti e perché la particolarità, se vogliamo l’anomalia, e la disunità sono ricchezze e non difetti.

UBALDO ARGENIO

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