01/03/2016

Simone Weil, una donna un esempio

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Nella data dell’8 marzo, ricordare donne che hanno fatto della loro vita un campo di battaglia, che hanno magari rinunciato a ben altre, forse frivole, passioni, per alleviare i bisogni e le miserie di cui trabocca il genere umano. E tra le tante, senza né classifiche né preferenze, vorrei ricordare Simone Weil, la cosiddetta santa laica, donna benestante di nascita. E come spesso accade, sono proprio coloro che crescono nell’agiatezza che ad un certo punto danno un taglio netto alla loro vita e sovente, per naturale inadeguatezza o per pura contesa, passano decisi sull’altra sponda. Guardare dall’alto, ma soprattutto negli occhi di chi soffre, era per la Weil una sofferenza tremenda, perché il privilegio era contemplato come disumana diversità, dove né le logiche di potere né tantomeno le ideologie settarie avrebbero potuto sorreggerne la struttura informe.

E come tante altre donne della sua epoca, anche Simone nasce come insegnante in paesi di provincia, ma presto si rende conto che il campo d’azione è troppo limitato per far germogliare le sue idee progressiste. Di certo non sono stati tanto i suoi scritti a far proliferare il suo pensiero, in gran parte pubblicati postumi, quanto la sua forte personalità, che la portava a interagire con le associazioni sindacali e a manifestare fianco a fianco con gli operai.

Aveva toccato con mano le angustie e le condizioni di lavoro nelle fabbriche, per cui aveva un disegno chiaro di come umanizzarle rendendo più agevole il lavoro degli operai. Ma più in generale, la crescita sociale era per lei una sorta di moralità superiore, da ottenersi non solo con schermaglie di politica ideologica ma anche attraverso metodi di lotta molto più diretti e incisivi. E anche su questo punto la sua innata curiosità la portò a incrociare la guerra civile spagnola e, sebbene illesa, rimase inorridita nell’osservare che i contendenti si scambiavano atrocità e violenze, forse non inutili e non gratuite, ma che andavano molto al di là di ogni pur inumana fantasia. Era necessario quindi lavorare d’anticipo, insegnando il libero pensiero, il solo modo per decretare considerazione per le idee altrui e pretendere rispetto per le proprie; nella convinzione che senza pensiero non esiste libertà.

E anche la rivoluzione, come la ricerca irrazionale di un progresso sfrenato, retaggio di un positivismo cieco legato all’onnipotenza della scienza, erano ormai miti da cancellare, macigni ideologici da estirpare. E nemmeno la perdita della fede, come da contraltare ai miti delle avanguardie e dei moderni fanatismi, aveva condotto ad un avanzamento dello splendore collettivo, anzi annebbiando quella ricerca anche interiore che avrebbe portato ad un gradito spirito di verità”.

La nobile figura di Simone Weil sembra allora incarnare un nuovo modo di essere donna: quello di conciliare gli opposti, di determinare l’equilibrio necessario tra diritti e gli obblighi di ognuno, in un processo universale di crescita, pur nella convinzione che “un uomo, che fosse solo nell'universo, non avrebbe nessun diritto, ma avrebbe degli obblighi”. Una donna moderna che, credo, valga la pena di ricordare.

UBALDO ARGENIO

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