06/04/2016

Tempo di verità

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Chiunque sia il candidato ritenuto maggiormente affidabile, o il sindaco che comunque verra', l'Amministrazione comunale deve fare i conti con il contribuente.

La legge impone che la pubblica amministrazione (sia statale o locale) debba perseguire obiettivi di efficienza, efficacia, economicità. Con queste tre parole è stata fissata la nozione pratica di quel “buon andamento” assicurato dalla Costituzione insieme alla imparzialità (articolo 97). Il tutto condito, nel 1990, dalla “trasparenza”.

Dire che da queste sagge premesse ci si è ampiamente scostati è esercizio di estrema delicatezza. In realtà la pubblica amministrazione oggi appare (nelle sue varie ramificazione) come una dispensatrice spensierata di incarichi e prebende. Gli stessi organici (cioè posti di lavoro) sono sganciati da qualunque verifica dei risultati.

Ma quel che è peggio è che una serie di norme varate da parlamenti amici ha contribuito ad un autentico sfascio. Sono letteralmente saltati i diritti civili, essendo ogni posizione personale alla mercé dell'estorsore di turno. Sia esso l'Agenzia delle entrate (che pretende di stabilire il prezzo di vendita di un immobile: come se io venditore non avessi il diritto di vendere al prezzo che mi fa comodo) o il sindaco del paesello nel cui territorio transita una strada a scorrimento veloce (come la Telesina) e che emette “bollette” salate per infrazioni ad un limite di velocità palesemente fraudolento (perché, se fai incidente, non è colpa del proprietario della strada che non la cura e perché, comunque, potrai sempre essere additato al pubblico disprezzo perché hai voluto fare il pilota di formula uno sforando i 60 all'ora).

Nell'un caso e nell'altro (Agenzia delle Entrate e sindaco) è praticamente esclusa ogni possibilità di discussione. La somma da pagare viene gentilmente presentata come un affare che non si può rifiutare. L'alternativa (ricorso o altro) è la sicura maggiorazione del conto da pagare. Sicché il cittadino si sente un ladro per aver osato immaginare che quella multa o quell'accertamento sono esercizi abusivi di un potere. A furia di rinunciare all'esercizio dei propri diritti, si è legittimato uno strapotere che quindi, per la forza dell'abitudine, ci appare come perfettamente normale.

E' bene, allora, mettere qualche puntino su qualche i. Il Comune di Benevento si deve dotare di un servizio di controllo interno che misuri la produttività, facendo un raffronto tra programma e risultati. Questa “gabbia” (rapporto di produttività) deve produrre conseguenze. Se, cioè, i risultati programmati e attesi non sono raggiunti: primo, si interviene correggendo l'ipotesi programmatoria; secondo, si riduce lo stanziamento economico messo a disposizione del processo lavorativo risultato non produttivo.

Il cittadino non è disposto a pagare tasse e imposte se chi amministra non si dimostra professionalmente attrezzato e rigoroso nella produzione delle risultanze documentali. Nessuno (neanche il Comune) può fare beneficenza con i soldi pretesi dal cittadino per altri scopi. La beneficenza, se voglio, me la faccio da me.

Quello che il Comune pretende dal cittadino contribuente è una sottrazione di risorse private che resta legittima se confluisce in una programmazione produttiva. Qualsiasi inefficienza è un venir meno al patto sociale.

Non è il Comune il padrone nei confronti del contribuente; è il contribuente (come l'azionista di una società di capitali) il padrone. La circostanza che il cittadino-contribuente non è libero di recedere o di trasferire il suo debito ad altri non deve trasformarsi in un potere estorsivo. Anche perché gente che se ne va all'estero o cambia la residenza comunale non è poi così rara. Il sistema, cioè, ha un naturale limite di resistenza.

La nuova amministrazione dovrà mettere mano ad un lavoro molto impegnativo, rinunciando ad ogni suggestione consociativa e abbandonando per sempre l'illusione della irresponsabilità.

E' necessario mettere ordine nei conti, prima di effettuare una rigorosa ricognizione dei beni patrimoniali e delle partecipazioni. Bisogna comunicare ai cittadini l'ammontare (e le scadenze) dei debiti, compresi naturalmente i mutui accesi per pagare altri debiti, anche per tenere a freno illusioni di possibili aumenti di spesa. Ai debiti si sommano le spese previste come necessarie e il totale fa quel che si deve esigere dai cittadini. Anche se le imposte si pagano allo Stato, una “distinta” di quanto di ciò che pago va al mio comune potrebbe farmi felice.

Si potrebbe iniziare anche in campagna elettorale a parlare di cose concrete, lasciando da parte le facili polemicuzze sugli spostamenti, sulle verginità e sui sogni svaniti.

E' tempo di verità. La sostenibilità del peso fiscale è la sostenibilità di un sistema democratico. La correzione di inefficienze è un fatto di giustizia. Contrariamente a quel che si sente in giro, non è giustizia elargire stipendi e sussidi.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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