28/04/2016

... e grazie a Facebook i camorristi diventano 'eroi'...

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Ha destato scalpore nelle scorse settimane la scoperta, denunciata sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, di una pagina Facebook intitolata ‘O sistema nella quale si elogiavano i boss della camorra, stilando il decalogo del perfetto camorrista ed illustrando il codice di vita del malavitoso, fatto di obbedienza, omertà e fedeltà al clan.

Prima di essere rimossa dal social network, la pagina ha registrato ben 25 mila mi piace. In seguito alla sua rimozione, poi, altri network hanno fatto notare come slogan ed immagini lanciati da ‘O sistema siano stati condivisi e riutilizzati da tanti, troppi giovani e giovanissimi, che hanno sbandierato sui loro profili immagini di tatuaggi ispirati alla camorra e foto in cui si mettevano in posa impugnando delle pistole (non è dato sapere se vere oppure no).

Ma è la vita che imita l’arte o l’arte che copia la vita? Non è certamente la prima volta che il crimine organizzato sale alla ribalta mediatica e diventa oggetto d’ammirazione. Già negli anni ‘70 suscitò aspre polemiche il capolavoro di Francis Ford Coppola Il Padrino, tratto da un bestseller di Mario Puzo. Il ritratto realistico di una famiglia mafiosa italoamericana, per la quale la gestione dei racket di prostituzione, gioco d’azzardo ed estorsione non era nulla più che un business, fece insorgere molti che accusarono il regista di aver tessuto un elogio della malavita, un affresco dove non vi era un conflitto tra bene e male, ma soltanto il racconto della quotidianità di chi aveva costruito la propria fortuna sull’illegalità e ne andava fiero. Non c’erano eroi del bene nell’epopea di Coppola e di certo alla fine del film non era la legge a trionfare.

Nel decennio successivo, analoghe polemiche furono provocate nel nostro paese dallo sceneggiato Rai (allora non si chiamavano ancora fiction) La Piovra, di cui sono state girate ben dieci serie, tra il 1984 ed il 2000. In diverse interrogazioni parlamentari, politici di vari schieramenti sollevarono il dilemma che tale prodotto, esportato con successo anche all’estero, diffondesse un’immagine negativa dell’Italia quale territorio dove la mafia spadroneggiava in barba alle leggi. Anche in quel caso, il successo della serie travolse tutte le polemiche e diede vita a parecchie leggende metropolitane, tra cui quella secondo la quale il boss Totò Riina avrebbe pianto guardando la puntata in cui moriva il commissario Cattani, primo protagonista dello sceneggiato interpretato da Michele Placido.

E con un salto di generazione, dalla mafia si passa alla camorra: il romanzo di Roberto Saviano, Gomorra, che ha ispirato prima un film e poi una serie televisiva (della quale tra pochi giorni verrà trasmessa la seconda stagione) ha generato una sovraesposizione mediatica della malavita campana che in maniera imprevedibile ha acquisito un appeal presso il pubblico, soprattutto tra i più giovani, che arrivano ad ammirare i boss e gli esponenti di quella che i giornali hanno definito “la paranza dei bambini” (clan composti da esponenti poco più che ventenni se non addirittura minorenni che si contendono le piazze di spaccio nel napoletano). È così che siamo arrivati ai profili Facebook dove campeggiano pose spavalde e pistole spianate di ragazzi che imitano in questo modo i loro idoli televisivi.

Paradossalmente, il romanzo di Saviano aveva come obiettivo quello di portare alla luce il marcio e di denunciare pubblicamente il malaffare; ma la nascita del brand Gomorra (manca poco che vendano tazze, accendini e t-shirt ispirati alla camorra) ha finito per provocare una reazione opposta, ovvero un sentimento d’ammirazione misto al desiderio d’emulazione di quelli che non sono altro che criminali, ma che per molti giovani rappresentano dei modelli di vita.

E allora dobbiamo tutti prestare attenzione, anche noi giornalisti, a come rappresentiamo gli esponenti del crimine organizzato: teniamo sempre presente che è di delinquenti che stiamo parlando, mostrarli come degli eroi romantici di ultima generazione o come uomini d’onore che semplicemente hanno scelto il lato sbagliato della legge è solo un modo per attribuire loro delle qualità che non possiedono e spingere altri ad intraprendere la stessa strada.

Saluti dalla plancia,

CARLO DELASSO

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