13/06/2016

C'era una volta la fotografia...

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Com’è cambiato, negli anni, il nostro modo di scattare e conservare le fotografie? Ancora oggi, molte famiglie custodiscono i ricordi di matrimoni, vacanze, feste di compleanno ed altri lieti eventi in vari modi, sparse in scatole di scarpe o nei cassetti oppure raccolte ordinatamente in album. Ogni tanto ci si sofferma a rimirarle con un tocco di nostalgia, pensando a tempi più spensierati o a coloro che non ci sono più. E magari in molti hanno una o più foto delle persone care in una tasca del portafogli o in bella mostra sulla propria scrivania.

Certo, un tempo si scattavano meno fotografie: le pellicole costavano ed ogni rullino andava poi portato a sviluppare. Non era possibile, salvo per coloro i quali usavano le Polaroid istantanee, controllare immediatamente se una foto era riuscita bene oppure no, bisognava attendere qualche giorno, o al massimo qualche ora. Con l’avvento delle fotocamere digitali e dei telefonini dotati di macchina fotografica, un po’ tutti ci siamo improvvisati fotografi. E se è vero che oggi un iPhone di ultimo modello è dotato di fotocamera di livello professionale, non tutti tengono presente che non basta uno strumento di qualità per improvvisarsi professionisti dello scatto, così come saper scrivere non ci rende automaticamente degli scrittori.

Il moltiplicarsi dei dispositivi in grado di scattare foto ha senza dubbio inflazionato quello che fino a non molto tempo fa era un hobby sì comune, ma non così generalizzato. Siti di hosting come flickr o social dedicati alla condivisione di immagini, come Instagram, ospitano ormai svariati miliardi di fotografie scattate da aspiranti Helmut Newton di tutto il mondo. Perché oggi i social sono diventati i moderni album di fotografie: chi va in vacanza, ad un matrimonio o semplicemente al bar a prendere un aperitivo può condividere in tempo reale le proprie immagini con centinaia di amici e follower con un semplice click. Non è così necessario tornare a casa per mostrare a genitori, parenti e conoscenti ciò che si è visto in vacanza: possiamo mostrare loro ogni cosa in un istante.

Questo ha però modificato non solo il modo di gestire e condividere la fotografia, ma anche di intenderla: non si sa bene chi ne sia l’inventore (con ogni probabilità, la tendenza è nata negli Stati Uniti), ma attualmente quasi nessuno sfugge alla moda dei selfie, i famigerati autoscatti. Perché, se tutti possono scattare e condividere foto in ogni momento, l’unico modo per distinguere le proprie da quelle altrui è entrarne a far parte. Così è diventato quasi un obbligo in ogni circostanza farsi un selfie: ai matrimoni ci si fa il selfie con gli sposi, ai concerti ci si fa il selfie sotto il palco, se s’incontra una celebrità, non gli si domanda un autografo, ma un selfie; negli ultimi giorni di scuola ci si fa il selfie con gli insegnanti, il giorno in cui sono pubblicati i risultati degli esami è d’obbligo il selfie con i quadri. Nel momento in cui scrivo non è ancora di moda, in occasione dei funerali, scattarsi un selfie con il morto, ma non dubito che prima o poi a qualcuno verrà in mente.

La moda del selfie, apparentemente innocua, in realtà ha già mietuto delle vittime: pochi mesi fa, nel napoletano, un ragazzo è morto investito da un treno mentre si scattava un selfie sui binari; tempo addietro, una turista in Spagna ha perso la vita cadendo da un ponte, sempre per un autoscatto. Ed in Portogallo, nel maldestro tentativo di farsi un selfie, un turista ha fatto cadere e mandato in frantumi una statua del XIX secolo.

E per fortuna è passato di moda l’ancor più pericoloso fenomeno del balconing, che consiste nel farsi fotografare mentre si è sdraiati in equilibrio precario su una ringhiera (anche in questo caso, più di una persona ci ha rimesso la vita).

Forse è solo una moda passeggera, o forse il selfie è l’ultimo tentativo dell’uomo di mettere se stesso al centro del creato, di sottolineare l’unicità del singolo individuo nella società di massa. Se è così, non è forse paradossale cercare di demarcare l’individualità attraverso l’omologazione?

Saluti dalla plancia,

CARLO DELASSO

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