08/07/2016

Benevento è una bella donna che...

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Che Benevento sia donna non ho dubbi, ma non so a chi farla assomigliare. Le immagini a cui accostarla, quelle istantanee che passano velocemente davanti agli occhi e che i media in genere propongono come obbligatoria espiazione, come necessaria contrizione, appartengono tutte alla categoria del dolore, smembrato in tutte le sue parti. Ora passa una giovane donna stuprata ed arsa, ora una bambina violentata ed abbandonata in un campo di papaveri, ora una vecchia legata e martoriata, ora…ancora… La stranezza è che, in questo gioco macabro di accostamenti, in ognuna delle rappresentazioni rivedo Benevento.

Ma pur volendo con forza discostarsi da questa raccapricciante visione, l’unico accostamento che riesco a dare a questo antico blasone è la sua triste e tenebrosa storia, che evoca incantatrici ed arpie. Dunque una città dove la femminilità, per paura o per disprezzo, è stata repressa in un disperato e diabolico lamento di volti eterei o malinconicamente sorridenti. Ma facendo un ulteriore sforzo, per uscire definitivamente dal gorgo della storia, o semplicemente per metterla in un cantuccio e magari rispolverarla in tempi migliori, questa città appare come una donna in attesa, una moderna Penelope che aspettando inganna, ben cosciente della sua forza e del suo nobile passato.

Penelope aveva il suo Ulisse, e prendeva tempo perché tornasse. Ma Benevento ha mai avuto il suo uomo?

In un lavoro di ricucitura degli avvenimenti, dove i lati bui di gran lunga avanzano le limpide visioni, possiamo anche concederci di divagare, di immaginare che l’uomo atteso in realtà era stato solo idealizzato e ora non si aspettasse altro che di materializzarne il volto. Di amanti certo ne ha avuti, la città, nella sua lunga militanza temporale: un barbuto caudino, un fiero irpino, forse uno dei pentri, un montanaro di passaggio e magari, senza voler offendere nessuno, anche un focoso sacerdote; ma parliamo in genere di figure secondarie che hanno lasciato pochi segni e nessun rimpianto, e forse hanno assecondato solo il lato di piacere fisico che una bella donna comunque chiede. Perché parliamo di una bellezza particolare, provocante, senza dubbio seduttrice.

Ora l’anima di questa donna, con il suo rancore represso, è uscita allo scoperto. La notte tra il 19 e il 20 giugno ha urlato la sua voglia di un uomo; non di un raccattacocci, si badi bene, né di qualcuno che la trastulli, che la utilizzi o che la sfrutti. Sgolandosi ha detto del bisogno di un compagno che l’ascolti, a cui raccontare magari le ultime sue disavventure; a cui poter dire che la mitezza non paga, che si è fidata di persone senza scrupolo che l’hanno usata. Ha urlato il bisogno della decisione e di una rinnovata consapevolezza, della saggezza e della lungimiranza; della cultura, di cui nei secoli si è imbevuta, lasciando intendere, inascoltata, di voler rispolverare saperi antichi ma non disdicendo quella voglia di predisporsi a nuove avventure.

In un racconto, Ester Rizzo dice che “Le strade che percorrono le donne non sono mai come le strade degli uomini… sono tutte in salita: impervie, irte di ostacoli, piene di barriere e precipizi. O… tutte in discesa: giù, giù verso l’inferno, l’orrore e la morte.
Le strade delle donne non sono mai in pianura”.

Ho più volte udito richieste d’aiuto, o di collaborazione, quantomeno per intraprendere confronti su questioni ardenti, ahimè andate inascoltate. Voleva dialogare, la città, ma guardandosi negli occhi e senza farsi prendere in giro, sui problemi magari più semplici da risolvere, non a caso i più sentiti; perché la lunga esperienza l’aveva portata a pensare che quasi tutti gli uomini che le erano passati accanto, o che l’avevano accompagnata per brevi percorsi, non avevano operato con la coscienza del buon compagno, del padre di famiglia, per la salvaguardia del bene comune. Voleva dialogare della sua frantumazione fisica, del logoramento materiale cui l’avevano portata; voleva discutere dei tentativi, spesso e per fortuna andati a vuoto, della gentrificazione del centro storico e delle periferie, della frammentazione geografica sia interna sia riferita al territorio circostante. Voleva colloquiare, Benevento, del perché la cultura aveva lasciato spazio ai suoi superficiali surrogati, del perché spesso artifici di mestieri vaghi erano stati fatti passare per arte, e per quale motivo e a che scopo frivolezze progettuali, alcune finanche messe in opera, avrebbero dovuto e/o potuto portarle beneficio.

Speriamo che sia più fortunata la città in questa nuova avventura che sta per cominciare. Che l’uomo che si è scelto come compagno abbia la sua stessa voglia vivere, serenamente e compiutamente.

Benevento è anche come quelle donne un po’ folli, che hanno bisogno di essere rincorse, afferrate e poi accompagnate per mano; ma ha soprattutto bisogno di essere accarezzata, come si conviene ad una buona e bella compagna di vita. Ha bisogno di essere amata, ma non come s’è fatto di recente, solo a parole, bensì rispettando il suo essere identità, la sua capacità di relazionarsi, il suo essere storicamente determinata. Vanno ascoltate le necessità, quelle vere, e messi al bando i contorti ragionamenti per creare esigenze che non sono richieste né necessarie, semplicemente per utilizzarle per future convenienze. La si porti anche a ballare, il che non guasta, e si dia vita, per lei, a serate di sano divertimento. Ma il suo percorso essenziale è già tracciato; sono soprattutto la cultura e la storia che l’impongono, e chi ha promesso di amarla deve seguirla, costi quel che costi.

Le schermaglie elettorali sono passate, i rancori sbolliti: Benevento chiede che siano utilizzate tutte le sue energie, e di sane ce ne sono parecchie, a prescindere dalle varie appartenenze. Ma non deve esserci un uomo solo al comando, sebbene debba salvaguardare e far risaltare le sue prerogative istituzionali. Perché le solitudini conducono a disastri. E sarebbe opportuno evitare che ci siano intelligenze pulite costrette a camminare per i vicoli secondari o sotto i muri, solo perché il vento ha cambiato rotta, o voci che vogliano farsi sentire ma che restano intrappolate da grovigli che finiscono per irretirle.

Benevento ha bisogno soprattutto di speranza, e questa va costruita. Ha bisogno di fedeltà, e questa va imposta, così come per ogni coppia che si rispetti l’amore non è un concetto primitivo, da accettare passivamente, ma va innaffiato ogni giorno, con il piacere di coricarsi accanto e di risvegliarsi con la gioia di incontrarsi di nuovo.

UBALDO ARGENIO

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