28/08/2016

Sull'idea di natura

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L'allargamento degli orizzonti virtuali ci fa vivere una realtà in apparenza effettiva accanto ad un'illusione vagamente concreta. Una vita, se vogliamo, mobile, o magari fluida, o ancora aerea, che si nutre sempre più di immagini probabili e di potenziali conquiste. Forse la mia è solo una maldestra divagazione estiva ma avverto, sempre più spesso, osservando quello che mi gira intorno, che il modo di esistere prende le distanze dal suo passato, come se volesse scrollarsi di dosso incrostazioni grevi, come se, all’improvviso, una tartaruga volesse spogliarsi del suo carapace.

La letteratura, quella leggera, è piena di aforismi, che pretendono di dare un’area di maestà agli scarti del pensiero alto, così come spesso i giornali di una volta ricorrevano agli elzeviri, scivolati dalla terza pagina al più totale dimenticatoio; ma è ed era un modo per discutere di altro, quando non c’è altra possibilità per far perlomeno accendere il lucignolo della mente. E questo argomento - ma quale? - ritengo che possa inserirsi, con pari dignità, in un’area, un luogo dove si vanno a pescare i pensieri che sono stati abortiti.

L’interrogativo e il dubbio sono d’obbligo, se solo si vuole considerare che parliamo di una condizione, forse di un disagio, o addirittura di una distanza, tanto per dare un senso di misura a quello che si cerca di dire. Perché si è alla ricerca di un’idea, forse di un punto di vista, ma che sia quanto più possibile vicino ad un oggetto, magari molto piccolo, che possa servire ad aggrapparsi con una mano o a poggiare perlomeno un piede.

Ma accanto alle divagazioni, che pure esistono, e che potrebbero essere considerate anche un piacevole diletto, ciò che ci circonda spesso causa altri stati d'animo, di cui vorremmo fare a meno, e che definiamo come la nostra natura altra, quella malvagia, crudele. Volesse il cielo che anche queste fossero fantasie, da cancellare con un colpo di spugna, ma anche battendo con la testa vicino al muro per svegliarci dall’incubo; ma dobbiamo prendere atto che fanno parte della nostra esistenza.

E dunque prima di considerare la bellezza, e ancor prima l’armonia e i fenomeni che sprigionano i sensi, è necessario, in principio, rifarsi all’idea di natura, che cambia o ristagna, ma che ci stringe in un groviglio di stati d’animo da cui diventa sempre più difficile uscire.

La nostra natura, in maniera molto semplice, possiamo considerarla un viaggio, tracciato nella fluidità di conquista di esperienze che consideriamo necessarie; una quinta scenica mutevole, che si scioglie tra le nostre mani, condita di volta in volta con convincimenti o insicurezze. Valuto anch’io che non è un bel modo di muoversi per considerare le cose, ma le domande sono tante e le risposte il più delle volte non sono adeguate.

La filosofia, addirittura, spesso non valuta nemmeno come natura quella umana perché, come considerato innanzi, c’è un intervallo, comunque uno spazio, (o un vuoto?) che la separa dalla mera condizione biologica. E Heidegger, solo per citare un nome, ma anche la sua allieva Hannah Arendt, attribuivano all’essere umano una sola possibilità per cimentarsi nella sua dimensione più vera che, non considerando la morte, è quella di affrancarsi dai propri legacci di natura. Dunque un’esistenza, se vogliamo, ancora più eterea, dove non c’è posto per l’attivazione di processi vitali. E Sartre, giusto per citarne un altro di nomi, preferiva saltare il fosso tornando al concetto della libera scelta, nel senso che l’essere umano possiede, a differenza delle altre creature viventi, la prerogativa di correggere, in corsa, la propria esistenza.

Né è possibile immaginare che, storicizzandone il cammino, appena per creare contrappeso con il solo dato biologico, si possa dare un senso compiuto all’idea di natura. La storia è fallace, già da quando tenta di comprimere, nello spessore di un foglio di carta, o nella virtualità di un file, “pensieri, parole ed opere” ed ancora lacrime, patimenti e gioie. Racconta aneddoti e cita date, magari imbastisce trame; ma la vita è un’altra cosa. E la natura umana ancora un’altra. Perché l’essere storicizzato è inconsistente e quello biologico è legato solo all’elemento ereditario, che muta perché già determinato; ed è ancora più definito, e quindi fallace, soprattutto quando s’illude di potersi autogestire. E di nuovo si scivola, ma questa volta nella fluidità del sangue, che porta in sé, e segna, in un preciso momento, sia i caratteri dell’evoluzione sia quelli stimolati dall’ambiente circostante, che è natura anch’esso, ma forse di una diversa consistenza.

UBALDO ARGENIO

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