24/09/2016

Sannio. Ripensare l'eolico

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Alla luce della nuove conoscenze in materia di generazione di energia pulita, l'eolico pare resistere alle pressanti e alternative soluzioni propagandistiche. Nella nostra regione, ma soprattutto nella nostra provincia sannita, sono state insediate negli anni passati quantità enormi di pale eoliche, creando nuovi skyline sulle creste dei monti.

Se per le grandi città i grattacieli e le torri delle antenne televisive tracciano i segni del potere e della ricchezza, soprattutto se guardate in maniera estatica da artificiosi belvedere, non altrettanto si può dire per i crinali dei monti dove la possibilità di percezione, intercettata dai coni visivi, è ben più ampia ed articolata. E mano a mano che ci si avvicina, immaginando di farci assistere da un potente zoom, sembra invece di fare un salto a ritroso nel tempo, di calarci nelle antiche vie consolari, spesso delimitate dalle croci acconciate per schiavi, agitatori e rivoluzionari.

Sono soprattutto le prime propaggini del massiccio del Matese, i rilievi dell’Alto Tammaro e del Fortore, i monti del Taburno-Camposauro a essere interessate, dimenticando o forse minimizzando il fatto che le aree di crinale costituiscono uno dei capisaldi della configurazione del territorio e della sua salvaguardia.

Questo dal punto di vista delle dinamiche paesaggistiche e ambientali. Se, invece, la questione è raccontata dal lato energetico, il discorso cambia completamente se solo si considera l’esigenza di produrre forti quantitativi di elettricità per far fronte alle pressanti richieste del mercato.

Sarebbe opportuna una maggiore comprensione dei fatti e soprattutto il ricorso a delle soluzioni condivise, che tengano conto sia delle esigenze e dei rapporti tra i diversi orientamenti economici sia di coloro che considerano la natura come risorsa non rinnovabile, nei suoi genuini aspetti, soprattutto per quel che riguarda l’utilizzo e la salvaguardia del suolo.

Parlando dell’eolico il dato di fatto, quello irrinunciabile, è che, se si vuole produrre energia pulita, le pale devono continuare a girare, magari strizzando l’occhio anche all’economia e allo sviluppo locale. Ed è anche noto che gli enti interessati, sia dal punto di vista autorizzatorio sia più semplicemente da quello dell’espressione dei pareri, spesso necessari e vincolanti, siano allineati sul fatto che la produzione dell’energia, se necessaria, si debba legare alle capacità alternative e rinnovabili che offre la natura, in un più diffuso sistema di green economy.

Nel Sannio beneventano il vento non manca e, in una visione ristretta al proprio territorio, si potrebbe affermare con assoluta certezza che ciò potrebbe generare l’intelligenza per una maggiore attenzione sia per la produzione sia per il consumo dell’energia.

Ma, in tutta sincerità, è necessario porsi delle domande.

Che ricaduta c’è stata finora sulla crescita civile e sociale delle comunità interessate e non solo?

E sul lavoro, considerando l’eolico come filiera di produzione e di gestione?

E sulla qualità dell’ambiente, considerando l’impatto come strategico dal punto di vista dell’effetto sul sistema suolo?

E i campi magnetici?

E che effetti provocano il fruscio e l’aggressività degli impianti sui flussi migratori degli uccelli?

E che fine faranno gli impianti obsoleti, non dismessi, ma solo duplicati da quelli più produttivamente validi?

E che ne sarà delle reti di trasmissione dell’energia non più utilizzate, quelle sotterranee per intenderci?

Resteranno lì a marcire ed inquinare le falde?

Siamo tutti concordi nell’affermare che l’energia prodotta dal vento appare come un sistema immacolato, che non produce effetti negativi nell’aria e a più ampio raggio sul clima. Ma quello dell’eolico, considerando il sistema territorio, più che una risorsa, potrebbe alla lunga rivelarsi un grosso problema.

A cominciare dal consumo di suolo interessato, dove l’area è stata eufemisticamente battezzato come “parco eolico”. Suolo oltraggiato da colate di cemento, profonde decine di metri per sorreggere le megastrutture fuori terra (alte più di cento metri); suolo rubato alla pastorizia, con chilometri di cavi sotterranei a pompare energia e campi elettromagnetici, determinando l’alterazione delle falde acquifere; suolo magari a ridosso di siti archeologici e/o naturalistici di particolare pregio (Siti di interesse comunitario e Zone di protezione speciale), analizzando anche i patimenti che di sicuro creano all’intero ecosistema naturale.

Ma questo succede lì dove si esagera, perché di sicuro la messa in opera sconsiderata di impianti eolici determinerà la rovina dell’economia tipica locale, e si pensa soprattutto agli allevamenti, ai pascoli, alle produzioni biologiche e alle colture di pregio.

La genesi dei problemi elencati è, come al solito, nella carenza ancestrale di normative certe ed efficienti, perché lo stato dell’arte porta a considerare che le autorizzazioni per la realizzazione di parchi eolici, attraverso dispense e scappatoie, trovano terreno fertile per essere rilasciate laddove, in altre regioni, con ogni probabilità avrebbero trovato ben altri difficoltà.

Ben venga, dunque, la promozione dello sviluppo sostenibile nel settore energetico, attivata però da propedeutici e seri studi ed iniziative, anche per determinare una maggiore sensibilità ambientale, sul reale bisogno di produrre energia pulita da fonti rinnovabili.

Bisognerebbe determinare un effetto sinergico sul territorio, sperimentando servizi innovativi integrati e magari determinando, con il ricorso a tecnologie alternative, attrazione turistica di alto pregio scientifico ed artistico; e, al fine di evitare un uso selvaggio del paesaggio, ricorrere a soluzioni meno impattanti e più sicura affidabilità.

UBALDO ARGENIO

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