26/09/2016

E se la sostenibilità fosse anche un'altra cosa?

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Roman Jakobson, in un suo saggio di linguistica, considerava la marcata differenza esistente tra incontri politici e seminari scientifici, divario legato soprattutto al concetto di maggioranza, che in democrazia sembrerebbe l’unico parametro decisionale di riferimento. E a vantaggio dei tavoli tecnici considerava che “il ricorso al voto e al veto è estraneo alla discussione scientifica, in cui il disaccordo si rivela, in genere, più fecondo dell’accordo”. Un concetto a dir poco rivoluzionario, che contempla la possibilità che l’esito di una decisione possa dipendere non solo da fattori numerici ma anche, e forse soprattutto, da questioni di merito.

A distanza di anni e su questioni scientifiche del tutto particolari, in una forma spinta di sostenibilità, qualcuno pensa addirittura di considerare, all’interno di una scelta assunta, la sparizione del lavoro individuato e magari concretizzato. Kengo Kuma è un architetto, e a differenza del linguista incalza perché un suo progetto oltre alla realizzabilità possa contemplare anche la sua sparizione. Pensiero, se vogliamo, ancora più rivoluzionario del precedente. Ma, aggiungeremmo sommessamente, potrebbe non esserci bisogno di prevedere già nel programma il dissolvimento di un’opera, perché sarà poi il tempo, piccolo o grande che fosse, a determinarne la fine. E magari per motivi vari, non legati solo alla provvisorietà dei materiali.

Ci siamo più volte imbattuti nella questione riguardante la sostenibilità, soprattutto legata al modo di realizzare e al rispetto del paesaggio e dell’ambiente in particolare. Adempimenti che riguardano soprattutto i temi dell’efficienza e del risparmio energetico. Da qualche decennio le nostre alture e colline e, non ultime, le nostre abitazioni convivono con marchingegni tecnologici che, nel rispetto della dichiarata sostenibilità, dovrebbero portarci più vantaggiose condizioni di vita: pale eoliche, minieolico e microeolico, pannelli solari termici o fotovoltaici, facciate verticali con fotovoltaico organico integrato con film ultrasottile, e così via. Queste si potrebbero definire come realizzazioni o messe in opera di organismi eolici o solari attivi, poiché captano, immagazzinano e utilizzano l’energia originata da fonti rinnovabili, con una sistema di tipo impiantistico. Energia pulita, è vero.

Come è vero che spesso le realizzazioni non sono indolori; le lastre di fotovoltaico o termiche, con i loro riflessi possono deviare le rotte migratorie degli uccelli, così come potrebbero farlo le cadenzate giravolte delle pale eoliche; nei centri storici sono note le diatribe dei cittadini con le locali Soprintendenze, giacché le distese di pannelli coprono l’antica, incantevole e frastagliata distesa di coppie e tegole di cotto rossobruno; e ancora, per realizzare i pannelli solari e fotovoltaici è impiegato come materia prima il silicio, e la sua estrazione avviene soprattutto in Cina, in situazioni di speculazione e utilizzo schiavistico degli operai.

Ma sono l’integrazione e l’organicità degli elementi in gioco che dovrebbero essere sostenibili, perché la sostenibilità è soprattutto una filosofia di vita. Dobbiamo riprenderci il diritto di conservare i semi e la biodiversità. Il diritto al nutrimento e al cibo sano. Il diritto di proteggere la terra e le sue diverse specie. Dobbiamo fermare il furto delle multinazionali a danno dei poveri e della natura - sostiene Vandana Shiva, fisica ed economista indiana -. La democrazia alimentare è al centro dell’agenda per la democrazia e i diritti umani, al centro del programma per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale”.

Ciò che conta in natura è l’equilibrio, e questo lo si capisce attraverso la formazione e l’educazione a considerare le leggi della biosfera. Ogni operatore dovrebbe essere un partigiano di questa maniera di vivere e ogni mestiere dovrebbe essere una missione, così come la distanza non dovrebbe essere più abissale tra chi esercita nel mondo della produzione, considerata quasi esclusivamente come risorsa economica, e chi in quello della progettazione e dell’utilizzo finale. Ma la reclame ha già messo le mani sulla questione, facendo diventare la sostenibilità già moda; un prodotto viene propagandato come sostenibile magari anche a scapito della bontà delle proprie peculiarità. Ma la sostenibilità non è legata a un tempo e, così come la salute, non può dipendere dal concetto di finanza.

Per costruirci una sicurezza legata al possesso, questione soprattutto mentale, abbiamo stressato il nostro pianeta, lo abbiamo logorato fino alle sue radici e la parola sostenibilità pare che serva solo a quietare la coscienza; basterebbe accontentarci, tanto per cominciare, e di adattarci magari ai piccoli problemi, e in qualche maniera di far passare il messaggio che la sostenibilità deve diventare la nostra compagna di vita.

UBALDO ARGENIO

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