13/10/2016

Incentivare la creatività dei giovani per combattere l'esodo

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La lingua batte dove il dente duole, recita il detto. Ed è vero. Solo curando o tirando il dente che fa male la sofferenza svanisce. Solo inventandosi qualcosa di veramente concreto e serio i tanti giovani, e non solo, che espatriano per trovare un lavoro rimarrebbero nel nostro bel Paese. In caso contrario la sopravvivenza, la voglia di futuro, la curiosità, spinge le giovani generazioni a emigrare, come hanno fatto i nostri nonni e bisnonni da una Italia che però allora era completamente diversa dall’attuale. Altri tempi; altri esodi. Certo, un danno enorme per il Paese perché perde le braccia e, soprattutto, le menti che possono cambiarlo nel bene. Farlo decollare nella prosperità e nella tranquillità, che viene anche dalle condizioni economiche  e sociali dei suoi abitanti.

Nel 2015 sono stati ben centomila gli italiani che hanno lasciato il Paese. Quasi seimila in più dell’anno precedente. In gran parte giovani: un terzo  ha tra i diciotto e i trentaquattro anni. Questi dati allarmanti vengono dal “Rapporto Italiani nel mondo 2016” della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana. Il lavoro è stato curato dalla sociologa Delfina Licata che avverte: “Il 20 per cento dei centosette mila espatriati nel 2015 aveva meno di diciotto anni. Sapete cosa significa? - si domanda la sociologa - Che questi minori sono emigrati con i genitori dunque vuol dire che in realtà molti giovani nuclei familiari ormai hanno lasciato il Paese. Il risultato sarà una progressiva trasformazione del nostro tessuto sociale, in un quadro già preoccupante di denatalità e indice di vecchiaia alle stelle?”.

Preoccupazioni fondate quelle della sociologa Licata che dovrebbero farci riflettere e soprattutto ipotizzare iniziative, anche legislative, per bloccare l’esodo giovanile.

Capita d’incontrare all’estero giovani italiani, femmine e maschi, che hanno deciso di partire perché non trovavano in Italia le condizioni per la realizzazione dei loro sogni. Nessuna fantasticheria di quelle impossibili da concretare: solo un lavoro che piace; mettere su casa, essere indipendenti. Li trovi a Londra o a New York a fare i camerieri. E quando chiedi loro perché all’estero e non in Italia la risposta è sempre la stessa. “Questo è un lavoro di passaggio. Per il momento mi mantengo così, ma so di valere e qui chi vale il futuro ce l’ha.” Ed è vero. Da cameriere a giornalista, a direttore di banca, a ingegnere capo, a… In Italia con la laurea in tasca conseguita con centodieci e lode, e magari con la pubblicazione della tesi, resti cameriere per un bel po’. Tranne ovviamente per i figli di papà che per il vecchio italico “familismo amorale” li trovi ben piantati nei posti che contano, anche se di qualità ne hanno ben poche.

Negli anni ottanta c’era la legge 44 per l’imprenditorialità giovanile al Sud, estesa nel 1994 ad alcune aree del Centro-Nord. L’obiettivo della normativa era quello di far nascere nuove imprese di giovani al di sotto dei 36 anni d’età. Si puntava a finanziare l’idea-progetto su cui far nascere l’impresa, anche sotto forma cooperativa. Dal 1987 furono ammessi alle agevolazioni 1228 progetti di impresa e finanziate 1099 nuove imprese. Furono erogati 2804 miliardi di lire e creati oltre 27 mila posti di lavoro. Il tasso di sopravvivenza delle imprese finanziate, calcolato dopo quattro anni dall'avvio dell'attività, era  di oltre l'80%. Un bel record per l’epoca.

Forse sarebbe il caso di rilanciare quella normativa puntando, ancora di più, sull’idea forza su cui si fondava: finanziare l’idea, il progetto.

Si pensi al patrimonio immenso dei  beni culturali del nostro Paese. Sarebbe interessante lanciare delle sollecitazioni ai giovani perché “s’inventino qualcosa” per far fruttare, sotto il profilo culturale, e non solo, questi beni. D’idee ne verrebbero fuori tante, tutte da finanziare come nella vecchia legge 44. In questo modo potrebbe essere rivisto il vecchio preconcetto che i privati - i soliti noti furbastri - con i beni culturali non devono avere nulla a che spartire. Potrebbe anche essere ridefinita la Legge Ronchey che per prima ha previsto la gestione privata dei servizi aggiuntivi nei musei italiani, finalizzata anche a garantire il parziale autofinanziamento del patrimonio storico e artistico.

I giovani hanno bisogno di fiducia e una legge che finanzia le loro idee è una bella iniezione di speranza che premia loro. ma soprattutto il Paese tutto. Provare per credere.

ELIA FIORILLO

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