20/10/2016

Così Paduli dimentica il suo grande figlio

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Clino Ricci, da Dio non sappiamo, ma dagli uomini è stato di sicuro dimenticato. Dai padulesi soprattutto. Nato a Paduli il 18 novembre 1898, volontario fiumano conobbe Gabriele D’Annunzio, dopo aver fondato giovanissimo il Fascismo nel Sannio, morì a soli 26 anni per una infezione ai denti.

Sono passati nove anni e mezzo da quando Realtà Sannita se ne è occupata l’ultima volta, con tre articoli in un biennio. Le varie amministrazioni comunali, prima la De Gennaro e poi la Feleppa, ne sono state investite. Promesse in verità poche, fatti messi in pratica zero. Né la Fondazione Trombetti da allora ha più dato notizie in merito. Pur se nello statuto si dichiarava di avere quale scopo precipuo quello “di tramandare e promuovere il patrimonio morale, artistico e culturale della famiglia Trombetti”. Elisa Trombetti, madre di Clino, era infatti sorella del nonno Francesco della professoressa Anna Maria Trombetti oggi residente a Roma. Purtroppo il “ricco archivio padulese dei Trombetti”, così in Realtà Sannita n. 7-2007, non s’è mai dischiuso agli studiosi.

Grazie ai nostri scritti fummo contattati dal professor Massimo Guastella, docente di Storia d’Arte contemporanea dell’Università del Salento di Lecce. Il motivo è presto detto. A Clino Ricci, sepolto nel cimitero di Paduli, all’epoca fu eretto un monumento funebre al centro del quale fu posto un grosso medaglione bronzeo raffigurante il suo volto. L’artista fu Edgardo Simone e il professor Guastella stava procedendo a una catalogazione delle sue opere, schedandole e corredandole di foto ai fini della tutela e valorizzazione.

Oggi come nove anni e mezzo or sono, il monumento funebre a Clino Ricci, eretto nel 1928, versa in totale stato di abbandono. Uno dei due fasci littori che sostengono la lastra di marmo rosa su cui campeggia il medaglione di bronzo con l’effige di Clino Ricci, opera dello scultore Edgardo Simone, è in pratica tutto annerito, così come l’adiacente parete. Le scritte non si leggono più. Crepe si stanno aprendo nell’intonaco attorno alla lastra, che potrebbe prima o poi staccarsi. Brutti, antiestetici, poi, quei vasetti con sottovasi posti dalla mano del custode, che credeva di far per il meglio, proprio alla base dei due fasci littori.

Il secondo fatto, di cui non ci capacitiamo ancora, la totale assenza di un qualsivoglia edificio, sala, via, piazza intitolati a Clino Ricci. L’ignoranza crassa di un popolo dimentico dei propri figli ha portato a questo stato di cose. Rocco Pietro Vessichelli, all’epoca consigliere comunale d’opposizione e oggi vicesindaco, si lamentava, in un nostro articolo, del fatto che nel novembre del 1998 non c’era stata né a Paduli né a Benevento, che pure ha conservato una via intitolata a Clino Ricci, una qualsivoglia commemorazione ufficiale da parte di qualcuno per il centenario della nascita dell’illustre padulese. Fu sempre Rocco Pietro Vessichelli ad aiutarci a trovare conferma del fatto che l’antica piazza Clino Ricci di Paduli, come degli strati di ere geologiche che vanno a sovrapporsi, presumibilmente all’indomani della caduta del fascismo e con le prime giunte rette dai partiti antifascisti, venne cancellata e ridenominata Piazza 25 Luglio.

Altre città, con strade intitolate a Clino Ricci, pur dopo il Ventennio, non ne hanno modificato il nome. “Basterebbe solo questo gesto delle varie Amministrazioni - scriveva il compianto Tartaglia Polcini nel suo libro Clino Ricci e il primo fascismo sannita (ediz. Realtà Sannita)  -  […] a dimostrare che la fede e la passione di un uomo, quando è genuina, disinteressata, ispirata ad ideali nobilissimi, merita il rispetto perfino degli avversari”.

Lo stesso professor Guastella concludeva la nostra intervista del 2007 così: “Colgo l’occasione in questa sede per suggerire alla comunità di Paduli di dare il giusto risalto al monumento sepolcrale per darne lustro trattandosi di un’esperienza che rientra non solo nella revisione storica della figura del Ricci ma anche nella salvaguardia di un episodio storico-artistico facente parte del patrimonio culturale del territorio nei primi decenni del Ventesimo secolo: la storia si conserva tutta oltre le ideologie del momento e sono certo che la vostra comunità non mancherà di dimostrare la propria sensibilità culturale”.

Da allora, come dicevamo in apertura, la vicenda è stata lasciata cadere nell’oblio da tutti indistintamente. Una volta persa la memoria storica, non possiamo neanche pretendere, con questi esempi, che le giovani generazioni si interessino a cose che ignorano del tutto. Come ha scritto Goethe, dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria.

GIANCARLO SCARAMUZZO

giancarloscaramuzzo@libero.it

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