11/11/2016

Campizze 1799 - la Vandea beneventana

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Con l’armistizio di Sparanise, l’11 gennaio 1799, un indietreggiante Ferdinando IV di Napoli lasciava agli inarrestabili Francesi di Napoleone la fortezza di Benevento. Proprio quel Ferdinando che in visita qualche mese prima, narra il De Simone, aveva brindato nel Palazzo Arcivescovile con un buon vino sannita “Alla salute dei buoni Beneventani”!

Grandi le rassicurazioni al Popolo da parte dell’“intramontabile” governatore marchese Giuseppe Pacca e dei suoi fidi. “La Nazione Francese proteggerà la nostra religione, l’onore, i diritti, i beni, le proprietà di ciascuno” recitava un proclama del 17 gennaio.

Uomo di parola quel Pacca! Proprio lui, simpaticissimo antesignano del trasformismo italico, fedele servitore dei Borbone prima, del Papa dopo, e dei Francesi prima, durante e dopo...

Le “buone intenzioni” dei francesi furono subito chiare: le nostre mura godevano della grande fama di custodire un ricco patrimonio, ossia gli ori e gli argenti del tesoro del Duomo (per alcuni scrittori dell’epoca, il più considerevole del Regno) e del Monte dei Pegni, voluto da Papa Orsini per i poveri della città. In fretta e furia nella notte gli uomini del colonnello Broussier caricarono in gran segreto ben sei carri ricolmi delle preziosità della Cattedrale nonché 17mila ducati del Monte dei poveri, mettendosi poi alle 10 del 20 gennaio in veloce viaggio verso Capua.

Poco dopo, l’amara scoperta fece subito notizia.

I ceti popolari beneventani sprofondarono in un chaos di rabbia e sete di vendetta, riversati in gran numero nelle strade, aizzati dalle allarmanti campane del clero istigatore e dalle grida delle donne che denunciavano (inventandoselo) addirittura il furto della statua in legno della Madonna delle Grazie. Verso le ore 14, il popolo cominciò a raccogliere casa per casa il maggior numero di armi e munizioni possibili e partì alla volta di un disperato inseguimento dei Francesi. Chi rimase, colse l’occasione di capitalizzare la situazione, organizzando in tutta la città truffaldine raccolte di cibo per i volontari partiti.

Nel frattempo, i rivoltosi raccolsero nei paesi circostanti numerosi contadini mossi dallo stesso odio per i “giacobini”, ed in massa riuscirono a raggiungerli sorprendendoli in località Campizze, nei pressi di Montesarchio. Qui, l’equipaggiatissimo esercito regolare francese a cavallo affrontò circa quattromila insorti tra contadini e popolani armati di fucili e forconi.

L’esito fu tragico.

Pur essendo riusciti, stando alle cronache, a strappare numerose vittime ai Francesi, gli insorti furono dispersi dalle truppe, lasciando sul campo 479 morti, stando all’attendibile Bartolini, di cui 73 cittadini beneventani. I carri francesi, ricolmi dei tesori che un tempo appartenevano alla comunità, continuarono con successo il loro viaggio verso Capua e poi... niente, se qualcuno dovesse saperne qualcosa, avvisi Palazzo Mosti, grazie.

Si evitò a questo punto la durissima rappresaglia francese grazie alla diplomazia dell’accorto marchese Pacca (sempre sia lodato!). La punizione consistette soltanto in un tributo di diecimila ducati e nell’erezione in città dell’“albero della Libertà”, un totem con allegorie esaltanti i valori del regime francese, innalzato nel piano di San Bartolomeo, l’odierna Piazza Orsini, nel punto in cui, nel 1999, nel 200° anniversario della rivolta delle Campizze, il Comune di Benevento, nel modo meritoriamente inaugurò una stele commemorativa ai piedi della statua di Orsini.

La lapide, con al centro un evocativo Sacro Cuore vandeano, fu posta dal sindaco Pasquale Viespoli, nipote di quel Francesco Viespolo, sacerdote e carismatico capo degli insorgenti delle Campizze, ferito nei disordini.

Come inciso su quella pietra, continuiamo a conservare nella nostra identità virtù e vizi degli indubitabilmente coraggiosi sanniti caduti nel ’99, magari cercando di sfruttarli meglio a livello turistico, vista la sempre crescente attenzione rivolta negli ultimi anni allo studio delle resistenze controrivoluzionarie nell’Italia moderna, dai Sanfedisti del Sud ai Viva Maria del Nord. Noi tifiamo però per la nostra Campizze, la Vandea beneventana.

MATTEO NOBILE

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