15/11/2016

Trump vince sui giornali: due contro cinquantasette

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Per Napoleone Bonaparte c'era da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette. Perche' ai tempi dell'imperatore francese la stampa poteva ben definirsi, a ragione, il quarto potere, dopo quello legislativo, giudiziario ed esecutivo. Un potere che quando voleva metteva in serie difficoltà gli altri tre. I tempi cambiano e la dimostrazione che certi preconcetti hanno fatto il loro tempo ci viene dall’America del neo eletto Donald Trump, il tycoon presidente.

A detta di alcuni bene informati giornalisti americani quasi tutti i quotidiani d’America volevano che venisse eletta presidente Hillary Diane Rodham, sposata Clinton. Ben cinquantasette sono stati gli endorsement a favore di Trump anche da giornali che da sempre avevano appoggiato i candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti. The Donald, invece, di giornali che lo sostenevano ne aveva sono due: il Florida Times, una piccola testata di Jacskonville,  e il Las Vegas Review Journal, di proprietà di un suo amico. Insomma, in quanto a sostegno giornalistico stiamo a cinquantasette a due.

In questa vicenda, al di là degli endorsement pur legittimi anche se discutibili, c’è l’assoluta mancanza d’analisi oggettiva sul fenomeno Trump. Si può essere schierati per un candidato, ma arrivare assolutamente a non capire cosa ci fosse nelle viscere degli elettori di alcuni stati americani, fidarsi assolutamente e ciecamente di indagini demoscopiche che sono risultate sballate, e forse interessate, la dice lunga  sull’obiettività dell’informazione in un Paese  che certo non può definirsi arretrato sul piano democratico. C’è qualcosa che non va e che può risultare molto pericoloso per la credibilità dell’informazione, ma anche per la tenuta della democrazia.

Certo, le posizioni sessiste, anti immigrazione, contro corrente a favore di Putin, contro sudati accordi sul clima; eppoi l'assenso alla Brexit contro l’Europa e la Nato, ecc. non rendono simpatico, né soprattutto affidabile il tycoon poi diventato quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Ma la simpatia, o antipatia, è una cosa e lo scavare nell’elettorato per sondare l’effetto che fanno certe opinioni alla fine del risultato elettorale è un’altra cosa. Se poi l’obiettivo era quello di far vincere a tutti i costi Hilary Clinton, mettendo da parte l’etica professionale, la lealtà verso i lettori, la divisione sacrosanta che i giornali ed i giornalisti devono fare  tra le opinioni ed i fatti, questo è un altro discorso.

Un comportamento che però mette sullo stesso piano la “rete” e l’informazione fatta da quelli che dovrebbero essere i professionisti delle notizie e di tutto quello che c’è intorno. Cancella la figura del giornalista che non è più il “mediatore”, nel senso positivo del termine, tra la notizia e i lettori, ma uno che porta avanti le sue opinioni-posizioni senza alcuna obiettività, ma solo con  l’intento che le sue idee vadano avanti, siano condivise da quanta più gente possibile. Appunto, ciò che avviene nella “rete”, dove ognuno può dire la sua, spararla grossa, travisare la realtà senza che gli si possa addebitare alcunché.

E dov’è andata a finire la funzione-missione del giornalismo e del giornalista? Scriveva Indro Montanelli in “Il dover essere giornalista oggi” nel 1989: “La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice parola: onestà. È una parola che non evita gli errori.... Ma evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito”.

“Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso... e pubblica il falso”. Questa cattiveria è di Mark Twain, scrittore, umorista e docente statunitense. Il giornalista un soggetto non affidabile, per Twain, che pur conoscendo bene il proprio mestiere alla fine pubblica quello che gli conviene, in base al tornaconto personale. Basta, però,  ricordare i tanti cronisti uccisi perché avevano ben distinto “il vero dal falso” e pubblicato “il vero” per capire quanto sia, in generale, bugiardo ed ingiusto l’aforisma dello scrittore americano. Però le perplessità sulla stampa americana, e non solo, sul caso Trump rimangono tutte. Se il giornalismo vuole acquistare credibilità nell’opinione pubblica e differenziarsi dalla “rete” ha bisogno di obiettività, di ragionare con distacco sui fenomeni sociali, politici o di altro tipo che analizza, mettendo da parte le opinioni e gli endorsement.

ELIA FIORILLO 

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