21/12/2016

In barba a grammatica e punteggiatura... Sui social e in chat impazzano faccine e pittogrammi

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Le prossime festività natalizie e di fine anno vedranno il ripetersi dell'annuale usanza degli invii e della ricezione di una pletora di messaggini d'auguri. Con i segni di punteggiatura partiti chissà mai per quale esotica destinazione. Vero è che i linguisti chiamando i segni di interpunzione “segni paragrafematici” ce li hanno resi antipatici, ma per scrivere in maniera comprensibile bisogna saperli usare. C’è un aspetto discrezionale nella punteggiatura che ci mette a disagio. Al punto che, come già notava un manuale scolastico di qualche secolo fa, “anche i migliori grammatici finiscono per levarsi d’impiccio col dire che la punteggiatura si deve imparare coll’uso”.

Oggi i segni di punteggiatura stanno divenendo come i segni zodiacali. Ognuno li percepisce come indicatori di una certa personalità. I due punti li usano i filosofi, le virgolette copiano sempre gli altri, le parentesi tonde ci isolano. Una percezione soggettiva della punteggiatura, d’altra parte, c’è sempre stata ed è facile riscontrarla ogni giorno e in ogni circostanza. Prendete per esempio quanti in chiesa ci leggono durante la liturgia della Parola la prima o la seconda lettura o la preghiera dei fedeli. Le virgole e i punti più che rappresentare gli svincoli del testo ne divengono degli optional gettati là per caso, da non tenerne conto nel leggere, al pari del giallo e rosso dei semafori a Napoli. Ti danno il consiglio di rallentare o fermare, ma solo un consiglio, poi fai come ti pare, non sei tenuto all’osservanza delle norme.

Prendete l’uso sempre della virgola, che sembra sciolto da ogni regola perfino per lo scrittore. Il filologo Giuseppe Rigutini aveva in astio il fittissimo uso delle virgole nella seconda edizione dei “Promessi sposi”. Per gli scrittori, appunto, era una questione di gusti. Se Manzoni amava le virgole, D’Annunzio le aborriva e diceva che “costrutto molto virgolato è costrutto molto bacato” e Carducci le evitava nelle enumerazioni tipo “finita la villeggiatura, me la batto tra l’aure i raggi gli zefiri”. La lineetta, che Foscolo usò spesso nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, era considerata da Leopardi come il segno di un’allarmante deriva dei tempi: “Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io?”, sbottava nel suo “Zibaldone” nel 1821. Poi continuava prendendosela con “la scrittura geroglifica” fatta di segni invece che di parole.

Avrebbe dovuto esserci oggi con le “emoticon”, quelle faccine che cercano di rendere iconicamente - cioè, grosso modo, come dei geroglifici - le emozioni di chi scrive. La prima trovata, ormai è storia, fu del brillante giovane informatico Scott Fahlman nel 1982, e, neanche a dirlo, era una faccina sorridente :-). Con l’avvento degli “emoji”, provenienti dal Giappone, il passaggio ai pittogrammi sembra compiuto. La messaggistica istantanea di WhatsApp usa, al posto delle faccine, disegnini già pronti che riproducono oggetti o situazioni di ogni tipo e ormai con i segni di punteggiatura non hanno più nulla da condividere.

Negli Sms, in chat, nei social network la punteggiatura sembra affidata al karma individuale più che a una serie di regole condivise. Le licenze, una volta prerogativa degli scrittori, adesso sono un diritto di tutti, rendendo la punteggiatura molto più libera, perfino licenziosa. E il punto, verrebbe di dire, è proprio qua: perché quest’uso della punteggiatura è sempre più lontano dalla grammatica. Il caso del punto fermo è emblematico. Si è diffusa la convinzione che sia ostile, e se ne fa un uso sempre più raro. Vedasi al riguardo anche le mail. In compenso abbondano i punti esclamativi e a nulla valse quella memorabile pagina d’invito a un uso parsimonioso da parte dello scrittore e giornalista Ugo Ojetti nella sua celebre invettiva del 1928.

In questo mondo sempre connesso e forse per non chiudere mai la comunicazione, c’è chi non usa più il punto fermo ma fa incetta di punti di sospensione, finanche a volte sparati a mitraglia, anziché limitarsi ai tre d’ordinanza, da quando s’è scoperto che non si fa alcuna fatica limitandosi a tenere l’indice premuto sulla tastiera del proprio computer. Tutto quanto sembra seguire alla lettera i dettami dei futuristi. D’altra parte, non fu Marinetti a vagheggiare una letteratura che si esprimesse “telegraficamente, cioè con la stessa rapidità economica che il telegrafo impone ai reporter”?

GIANCARLO SCARAMUZZO

giancarloscaramuzzo@libero.it

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