21/12/2016

Legalità e responsabilità

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Si dimettono sindaci e assessori, ex sindaci e ex assessori e. E se non si dimettono, si sospendono, si fanno da parte. Per quale ragione? Perchè la magistratura inquirente, dovendo procedere a indagini per accertare se ci sono elementi per ipotizzare la commissione di un reato (per lo più commissione cotta e mangiata, cioè passata; solo talvolta ancora in corso) deve informare le persone che potrebbero essere indagate che, per l'appunto, è in corso una indagine. Una volta si chiamava avviso di garanzia, ma quel ramo della magistratura (come quel ramo del lago di Como di manzoniana memoria) lo usa come un'arma pedagogica per far sapere che in Italia ogni sgarro è prontamente esaminato per essere, se del caso, sanzionato.

Naturalmente la notizia è fornita in modo palese alla stampa e alla pubblica opinione nei non rari casi in cui l'inquirente, attorniato dai reparti della forza pubblica ai quali è demandato il delicato compito di operare arresti e sequestri di materiali, si esibisce in una pubblica conferenza stampa. Non solo sulle povere tv locali che ci devono campare, anche sui paludati telegiornali di mamma Rai compaiono anche immagini “marchiate” dallo stemmino del corpo di polizia che effettua notturni appostamenti e sgommate di autovetture con soverchio consumo di carburante e pneumatici.

Il più è fatto. L'indagato (non imputato), tale peraltro a sua garanzia, si guadagna titoloni e il giorno in cui sarà scagionato non avrà neanche il piacere di una citazione. In famiglia gli consiglieranno di starsene accucciato, poiché se racconta che, a seguito di indagini e di processo, è risultato non colpevole non mancherà chi commenterà con un salomonico “Si sa come vanno a finire certe cose”. Cornuto e mazziato, insomma.

Lasciamo stare i casi di malagiustizia. Atteniamoci alla ordinarietà, a ciò che accade ogni giorno. Ognuno dovrebbe convincersi che è giunto il momento  di richiedere (e ottenere) che certe forme esasperate di protagonismo non sono lo specchio di un paese civile e non giovano al prestigio di un corpo dello stato che dovrebbe godere (meritandosela sul campo) della fiducia del popolo (sempre quello al quale appartiene la sovranità).

Succede, però, che sempre più categorie sociali non in grado di esercitare i compiti propri si rivolgano al giudice come ad un demiurgo in grado di affrontare e risolvere ogni questione. Soprattutto quelle questioni che la legge, il buon senso, la tradizione e la logica affidano a tutti meno che al giudice penale. Pure ai Reali Carabinieri, ai quali spetta il compiti di raffreddare i privati conflitti, nessuno s'è mai sognato di rivolgersi per denunciare che il pargolo non vuole fare i compiti a casa.

E, invece, pare proprio che siamo giunti a un tal punto di non ritorno. La preside del prestigioso Liceo “Genovesi” di Napoli, che  di fronte alle proteste dei suoi studenti chiama la Polizia, è la logica conseguenza di tutti i protocolli di legalità. Di tutti quei riti del politicamente corretto che hanno la sola conseguenza di diseducare, fondati come sono sul presupposto fallace che nel rispetto della legge statale consista la soluzione di ogni problema e che, con una delle tante firme, ci si possa  considerare assolti da ogni futura responsabilità. Dove è noto che, circa il futuro, chi vivrà vedrà: non si può garantire una impunità (o uno scarico di responsabilità) se solamente si adempie al documento.

Già mi è parso sempre strano che, ad esempio, istituzioni pubbliche (che, come dovrebbe essere chiaro, vivono solo e unicamente nei confini fissati dalla legge) cedano alla prassi di patteggiare tra loro il rispetto della legalità. Che è invece proprio ciò che ne giustifica l'esistenza.

Nella vita individuale e sociale c'è uno spazio che non ammette interferenze dello Stato (titolare di quella legalità di cui si parla), perché chiama in causa la personalità umana. Che agisce nella libertà della legge (certo), ma soprattutto nella libertà (e nei conseguenti vincoli) di convincimenti morali, etici, religiosi, educativi.

Quando si arriva a chiedere alla Digos di fare quel che non sappiamo (o non vogliamo, o non riusciamo a) fare vuol dire che si crede che si possa appaltare al questore o ai carabinieri la gestione del computer  di bordo delle responsabilità personali (individuali o del proprio status). Famiglia e scuola non possono dimettersi da quella terribile funzione che è l'educare e l'istruire. La società non può dimettersi dalle sue peculiari funzioni politiche che consistono, per fare un esempio, nella scelta di persone capaci da mandare alla guida delle istituzioni democratiche. Gli amministratori e i politici non possono delegare ad altri la valutazione della correttezza e dell'onestà del personale da adibire a compiti di guida.

Il ruolo di supplenza, offerto da troppi anni a soggetti creati apposta a funzioni di paravento, si è rivelato inefficiente. Nessuno può dimettersi da persona responsabile. Ciò comporta l'esercizio obbligatorio e non delegabile ad altri dei conseguenti doveri.

Domandavo provocatoriamente ai presidi, quando facevo il Provveditore agli Studi: se chiediamo alla Questura di sgomberare gli edifici scolastici occupati, per rimandare i ragazzi a scuola che facciamo? Ci rivolgiamo ai Carabinieri?

MARIO PEDICINI

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