01/02/2017

Pubblico e privato, Provincia e bus

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Chi segue l'informazione on-line di Realtà Sannita sa che il servizio degli autobus urbano sarà assicurato da una azienda privata (Trotta Bus Services), sia pure con un contributo cospicuo da parte del Comune. Non è una privatizzazione totale, ma è sicuramente la fine del “monopolio pubblico”. Scrivo tra virgolette monopolio (e potrei aggiungere anche “naturale”) perché la cultura dominante, gelosa custode dei privilegi nel tempo avvistati e prontamente accumulati, ha di fatto azzerato una qualsiasi prassi di gestione privata (assicurata da un privato che fa qualcosa con l'intento di guadagnarci), ritenendo che le cose di interesse pubblico debbano essere gestite dalla mano pubblica. Si sa bene per quale motivo.

Non quello, sbandierato per imbonire l'esponente del contado e purtroppo accreditato anche presso classi sociali provviste di lauree, che esista una equazione tra la natura della destinazione di un bene e la natura della proprietà. E' una solenne bestialità che, poiché l'acqua è un bene comune, si debba affidare la gestione a enti pubblici: e se non ve ne sono, si inventano con un tratto di penna (vedi l'azienda napoletana ABC - acqua bene comune). E' altrettanta invalsa una cieca fiducia nel pubblico al punto che si sono inventate società per azioni con un socio unico pubblico (esempio l'ASIA del Comune di Benevento e la per fortuna defunta AMTS) senza arrossire ogni qualvolta il socio unico si presentava ad una fantomatica “assemblea dei soci” prevista dal codice civile per “democratizzare” la programmazione e gli esiti della gestione (a garanzia, evidentemente, dei soci, soprattutto quelli di minoranza). Finzioni su finzioni si è radicata l'idea che “pubblico è bello e buono”

Per ragioni di età, ma anche modestamente per vizio di sapere, ricordiamo che era il 1956, quando la ditta Giuseppe Mazzone di Apollosa si propose al Comune di Benevento per la gestione del servizio degli autobus urbani. Risale a mezzo secolo fa la scelta “politica” di far subentrare alla ditta Cesare Ventura il Comune in persona, con una gestione diretta del servizio. La cultura economica antiliberale trovava comodo sbocco nella concezione consociativa dell'amministrazione, sostenuta da quell'altra miniera di consociativismo che stavano diventando i sindacati: il risultato fu che il bene primario (veramente comune) diventava la cura del personale, la gestione dei concorsi (quando si facevano), le assunzioni, i permessi sindacali.

Una città che dopo il 1980 ha cambiato totalmente faccia si ritrova ancora le linee immaginate nel 1950 (con qualche allungamento). A nessuno (né amministratori, né sindacati, né partiti politici) è mai interessato di sapere perché gli autobus girano vuoti (lasciamo stare chi sull'autobus ci sale col biglietto).

La prima preoccupazione dei sindacati è stata quella di chiedere al sindaco che dalla discutibile (per loro) decisione di privatizzare (con sostanzioso contributo del Comune, vogliamo ripeterlo) non discendesse alcun pericolo per la conferma totale di tutto il personale. E i commenti favorevoli diffusi all'esito della procedura di affidamento del servizio hanno esattamente, e principalmente, sottolineato che la nuova azienda si prenderà tutta la forza lavoro della cessata gestione.

A noi interessa che la Trotta Bus Services dimostri di saper fare i suoi interessi, perché dal raggiungimento di tali obiettivi sarà possibile giungere al miglioramento del servizio, alla razionalizzazione degli orari di passaggio dei bus (vorremmo vedere su qualche linea strategica un bus che passi ogni 5 minuti), alla revisione delle fermate: il tutto in una logica di velocizzazione che è la premessa essenziale di un buon funzionamento. Cioè di un funzionamento al servizio dell'utenza. Che sarebbe la vera definizione di un servizio pubblico.

Diverso è il discorso rispetto ad un'altra realtà che ancora troppi stentano a considerare. Mi riferisco alla Provincia, un ente frettolosamente avviato alla estinzione ma rinato grazie all'esito del referendum.

Proprio nei giorni della neve si è potuto considerare quale debba essere una delle funzioni che solo un ente come la Provincia può assicurare: il governo del territorio, che è fatto essenzialmente di strade, elettrodotti, acquedotti. Il caso di Pescara dimostra che le Prefetture non hanno alcuna tradizione in materia, talché l'ipotetica funzione di coordinamento diventa priva di qualsiasi ricaduta che non sia l'equivoco, il passaggio di carte, fax e telefonate con i comuni.

Ebbene, la Provincia di Benevento aveva strutture e competenze umane (fatte di vera conoscenza del territorio) in grado di affrontare le emergenze con esiti certi. Come fa a indovinare una strada in cui la neve e il vento hanno cancellato ogni traccia chi viene messo alla guida della turbina più tecnologica di questo mondo che provenga, sull'onda della solidarietà più generosa, dall'Emilia Romagna o da Napoli o da Torino?

In Abruzzo chi ha potuto essere di concreto aiuto sono stati i volontari (locali) del soccorso alpino. Non credo che alla testa delle colonne di soccorso ci sono stati i pur valorosi personaggi con le insegne della protezione civile.

Noi riteniamo che certe funzioni debbano essere assicurate dal pubblico, sia pure chiamando in aiuto risorse umane e strumentali private (in aggiunta, sotto le direzione e la responsabilità del pubblico). Per questo insistiamo sulla Provincia, una istituzione che nei 150 di storia unitaria non ha demeritato. Mentre si potrebbe buttare a mare la Regione che in quasi mezzo secolo ha disilluso pure i suoi ideologici sostenitori.

Avendo il referendum ridato alla Provincia il rango di entità costitutiva della Repubblica, la prima cosa da fare è revocare tutte le leggi e i provvedimenti che sono stati adottati come “acconto” sulla demolizione. A cominciare dalle commissioni sulla caccia che la Regione, in un empito straordinario di efficienza, ha “regionalizzato” nei giorni scorsi, sul presupposto della morte certa delle province.

MARIO PEDICINI

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