07/02/2017

Tra sogni di gloria e triste realtà... il flop del bike sharing a Benevento

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'Si tratta di un intervento sul territorio molto rilevante - commento' l'allora assessore provinciale alle politiche energetiche -. Vogliamo contribuire a far virare Benevento in direzione delle più moderne ed avanzate città europee, dove l’auto è ormai accantonata rispetto a forme collettive di trasporto e/o alle stesse biciclette. È evidente come, questa del 'bike-sharing' rappresenta una forte azione di stimolo della pubblica opinione proprio mentre le cronache registrano continui aumenti del prezzo dei carburanti e quantitativi di polveri sottili nell’aria sempre meno gestibili'.

È passato da poco un lustro dalla deliberazione della Giunta provinciale di Benevento (6 dicembre 2011) che approvava la proposta di progetto per una spesa di 300.000 euro. Benevento accostata a Città del Messico, Lione, Barcellona, New York, Montreal, Parigi e Rio de Janeiro e così via, più di 600 città nel mondo che avevano già adottato un sistema di bike sharing, e nuove città si sarebbero aggiunte ogni anno.

La condivisione delle biciclette, questa l’idea portante del progetto, accompagnata da aggiornamenti continui sul mondo della bike sharing legati a modelli finanziari e di impresa. E ancora il ricorso alla migliore pratica, la cosiddetta tecnica della best practice, l’insieme delle attività umane (metodi, atteggiamenti, abitudini, ecc.) che, pianificate in maniera articolata, si sarebbero potute prendere come riferimento e utilizzate per raggiungere effetti più vantaggiosi. Un miracolo a Benevento, spalmato in diversi punti della città, dalla stazione ferroviaria al largo Gramazio, da Piazza Orsini al largo Carducci…

Peccato che la città non abbia risposto in maniera adeguata alla innovativa proposta di mobilità sostenibile. Sarebbe stato un passo importante verso la salvaguardia del clima, forse non si sarebbero risolti tutti i problemi legati alla emissione di CO2, ma forse non si sarebbe arrivati alla scelta tampone di ricorrere alla chiusura del traffico per far scendere i limiti di tolleranza. Sarebbe stato un cambio di mentalità importante, magari solo per risparmiare sulle spese di carburante.

E magari si sarebbe potuto ripopolare il corso Garibaldi, visitare i negozi senza l’assillo di dover trovare il posto per l’auto, e poi con quattro pedalate, peraltro assistite, allungarsi verso le periferie, o addentrarsi nei vicoli. Una visione della ecosostenibità da toccare con le mani, o forse con i piedi, con vantaggio per l’ambiente e soprattutto per la salute.

Le pensiline sono state realizzate, le biciclette acquistate, sono state montate le stazioni di deposito e di carica; l’avvio c’è stato, sarebbe il caso di ripulire le tettoie e renderle più presentabili e, con l’arrivo della primavera e il ritorno del clima mite, ridare un servizio low-cost, alternativo sia ai mezzi di trasporto pubblico sia all’accozzaglia di automobili che avvelenano i nostri corpi e distruggono letteralmente le nostre città.

A poco valgono scuse già sentite, come quella del furto delle batterie delle biciclette avvenuto ormai due anni fa. Come ogni progetto, il lavoro è necessario prima, durante e dopo la realizzazione. Non basta parcheggiare delle biciclette e vendere degli abbonamenti per considerare l’operazione un successo, bisogna essere realisti e fare i conti con le difficoltà del nostro territorio. Se la pensilina non è sicura, si fa un box al quale accedere con la tessera e poter prendere la propria bicicletta. Giusto per dirne una.

I modi esistono. Fin troppo spesso, impegno e buon senso scarseggiano.

UBALDO ARGENIO

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