16/02/2017

Tutti pazzi per gli smartphone ma ora ci vuole un freno

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Sarà vero che i nuovi mezzi di comunicazione ci rendono più socievoli?

Senza alcun dubbio, i social network sono strumenti nati appunto, come suggerisce il loro nome, per facilitare la socializzazione tra le persone, per tenersi in contatto a distanza con coloro che ci sono cari o per mantenere i rapporti o ritrovare amicizie lontane, nello spazio e nel tempo, così come per conoscere nuovi amici con interessi in comune.

Eppure, non vi sembra che a volte i social contribuiscano ad estraniarci dalle persone reali per trascinarci in un universo totalmente virtuale?

Me ne accorgo ogni volta che mi trovo in luoghi affollati, soprattutto dove vi sono molti giovani; ma non solo, perché il fenomeno in discussione coinvolge anche le persone adulte, almeno coloro che hanno maggiore dimestichezza con le moderne tecnologie.

In ogni ambito dove non sia espressamente vietato, quanti utilizzano uno smartphone sono a volte più numerosi di chi invece lo tiene in tasca.

Sembra che quasi tutti, nei momenti più disparati della giornata, avvertano il bisogno impellente di consultare questo oggetto per motivi che solo loro conoscono: sia per controllare le email o per leggere delle notizie flash, per un tweet appena pubblicato o un messaggio testé ricevuto su WhatsApp, sono in pochi a resistere alla tentazione di entrare in rete almeno una volta mentre si trovano al ristorante, al museo, su un mezzo di trasporto o in coda all’ufficio postale.

Finché navigare in rete era appannaggio di pochi e necessitava l’uso di un computer, tale attività è rimasta relegata ai momenti in cui ci si trovava da soli: si usava il pc una o più volte al giorno, di solito in solitudine.

Soltanto chi aveva bisogno del computer per lavorare era solito parlare con le orecchie tese verso l’interlocutore e gli occhi fissi sullo schermo. E quelli che dedicavano più tempo alla rete che non alla vita reale erano considerati, nel migliore dei casi, dei nerd, se non degli emarginati incapaci di costruirsi delle relazioni in carne ed ossa.

Oggi invece la banda larga e gli smartphone hanno reso la rete una comodità che ci segue in ogni luogo, ma che al contempo può finire per trasformarsi in una palla al piede che ci trasciniamo dietro costantemente. Forse esagero, ma quelli che non resistono più di pochi minuti senza tirar fuori dalle tasche il telefono mi ricordano un po’ i fumatori incalliti, che non sanno stare fermi in un luogo senza avvertire il bisogno impellente di accendersi una sigaretta.

Per questi ultimi, trattasi di dipendenza da nicotina, ma i primi non possono dare la colpa a nessuna sostanza chimica per il loro compulsivo attaccamento a quel piccolo oggetto alla moda: è una questione puramente psicologica.

Sono convinto che, se andassimo a sbirciare nel privato di quei tanti che smanettano continuamente con lo smartphone in ogni frangente, scopriremmo che magari si sono distratti da una conversazione con dei parenti per guardare le foto della cena di un amico; oppure che, trovandosi in un museo, preferiscono leggere barzellette piuttosto che ammirare i quadri in esposizione. Insomma, nessuno si trova costretto a mettere mano al cellulare per questioni di vita o di morte: la realtà è che siamo talmente presi dal virtuale, dal flusso ininterrotto di notizie (spesso false), di messaggi, interventi, commenti e risposte, che mettiamo in disparte chi abbiamo di fronte pur di non restare indietro. Perché oggi, non leggere di un fatto che è diventato virale, sia pure un’emerita sciocchezza, vuol dire non essere aggiornati.

Ancora peggio è non esprimere un’opinione a riguardo, si rischia di finire esclusi, di perdere visibilità. Così accantoniamo le persone che abbiamo intorno: magari scambieremo con loro qualche commento più tardi, su Facebook.

È un paradosso che forse sarebbe piaciuto a Kafka: gli strumenti di comunicazione, utilizzati senza ritegno, rischiano di finire per trasformarsi in strumenti d’isolamento di massa.

Saluti dalla plancia,

CARLO DELASSO

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