16/02/2017

Gli strumenti dell'accoglienza

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La cronaca irrompe nella quiete paciosa di una comunità disinteressata a tutto, anche alla propria sopravvivenza.

Prima la scoperta che un Centro di accoglienza nella campagna beneventana aveva standard di funzionamento non degni di un paese civile. Poi il tentativo del sindaco di Vitulano di sbarrare la strada all'arrivo sul suo territorio di un gruppo troppo numeroso di ospiti. Ne parla la televisione e tutti si accorgono che...

Meglio tardi che mai, se si fa attenzione però al fatto che gli immigrati (regolari no, rifugiati politici e semplici scrutatori di opportunità di vita) sono una questione che non riguarda solo le istituzioni. Anzi.

Purtroppo le istituzioni sono impreparate a risolvere il problema. Anche per la fase di emergenza, sono abituate a lavorare sulle carte. Il Centro beneventano finalmente chiuso era stato oggetto di critiche già nel passato. Si poteva suggerire o concordare qualche correzione, se solo ci fosse andato qualcuno in carne ed ossa a osservare.

Si parla di affari che si possono fare con l'accoglienza degli immigrati. E' nell'ordine delle cose. Per quale motivo un privato dovrebbe trasformare dall'oggi al domani una casa qualunque in un college dove accogliere alcune diecine di essere umani, senza avere alcuna garanzia circa la durata della permanenza degli ospiti per i quali lo stato gli passa il sussidio giornaliero? Parlo di realizzare servizi igienici, di fare tramezzi, di attrezzare scaffalature, per non parlare di cucine e lavanderia. Come si possa calcolare il guadagno (cioè la convenienza) è francamente un mistero, se non consentendo un mascheramento della realtà, fingendo che tutto è a posto.

Ci sono istituzioni, come la Caritas, che hanno un minimo di organizzazione per gli interventi di piccola assistenza; ma attrezzare una domiciliazione a tempo incerto per essere umani da assistere non è cosa che si possa improvvisare.

L'agriturismo di Vitulano (la cui strada di accesso il sindaco ha simbolicamente chiuso con qualche carriola di terriccio), secondo  Carmine Valentino (segretario provinciale dello stesso partito del sindaco Raffaele Scarinzi), “è autorizzato per ricevere un numero massimo di dodici migranti” ma ne ospita il triplo.

E' la nozione stessa di “distribuzione” che richiama un metodo inaccettabile, perché non risponde a nessuna delle possibili domande “a monte”. Ci si deve chiedere, infatti, che cosa debbano fare questi migranti (per la maggior parte giovanissimi) sparpagliati con criteri puramente numerici. Se si rispettassero tali criteri nei nostri piccoli comuni ce ne potrebbero essere non più di due o tre alla volta. E che cosa andrebbero a fare tre “estranei” (fors'anche fra loro) senza una “ulteriore” previsione circa la loro vita quotidiana?

A giudicare distrattamente da fuori sembrerebbe che questi ragazzi siano condannati a non far niente. A passare la giornata con il telefonino tra le mani, ad esercitarsi nell'italiano minimo di un “ciao” o “tutt'appost?” con chi distrattamente gli passa vicino, ad industriarsi a chiedere l'elemosina davanti ad esercizi commerciali o nei pressi dei parcheggi. Ecco: hanno imparato dalla strada, imitano quello che vedono fare a tanti italiani verso i quali non esiste il senso di fastidio che genera (forse?) il diverso colore della pelle.

L'accoglienza non è solamente l'offerta di un tetto e di un giaciglio. Dovrebb'essere, nell'interesse nostro e loro, una occupazione, un impegno, un “dover” fare. Prima di tali forme di occupazione del tempo dovrebbe essere la frequenza di una scuola. E' tanto difficile censire il livello scolastico-culturale di questi giovani per poter programmare dei percorsi formativi capaci di avviare concretamente ad una integrazione necessaria per vivere dignitosamente?

Alle nostre scuole superiori (comprese le università) non potrebbe far comodo utilizzare le competenze di tanti migranti per un efficace scambio di informazioni sulla storia, sulla civiltà, sulla lingua, sulla geografia, sull'economia? E' mai possibile che a nessun docente di scienze sociali interessi di avere informazioni di prima mano, da elaborare magari con metodi di comparazione con le ufficiali e stereotipate nozioni propinate ai nostri alunni?

Non è detto che tutti i migranti debbano insediarsi stabilmente in mezzo a noi. Ma se si realizzassero iniziative di contatto continuativo e rispettoso dei propri “vissuti”, si scoprirebbe che sul serio questi “migranti” non sono un peso. Lo sono, un peso, se restano in un limbo afono e improduttivo, clima nel quale potranno più facilmente essere affascinati da ambienti deviati.

Rispettiamo pure le circolari del Ministero dell'Interno, ma non fermiamoci ad esse. Vale per qualunque circolare di qualunque  ministero, e vale anche per i paciosi cittadini italiani. Il futuro, il cambiamento, la speranza sono cose che dobbiamo immaginare e costruire con le nostre idee.

MARIO PEDICINI

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