09/03/2017

Il lavoro... è un sogno e la pensione un miraggio

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Com’è cambiato il mondo del lavoro negli ultimi anni? Credo sia davanti agli occhi di tutti il fatto che per i giovani delle nuove generazioni, ma anche per i meno giovani, il lavoro sia una realtà ben diversa rispetto ai tempi dei loro genitori; il tasso di disoccupazione, soprattutto al sud, raggiunge le due cifre e in alcune fasce d’età sfiora o supera la preoccupante soglia del 40%. E per chi trova un lavoro, il posto fisso, un tempo meta agognata dai più, è sempre più una chimera: contratti a progetto, collaborazioni, tirocini, stage, voucher. Ogni riforma sembra aver peggiorato la situazione e per coloro che sono nati nelle ultime due decadi del secolo scorso, il lavoro è un sogno e la pensione un miraggio.

Per molte categorie di lavoratori, poi, le nuove tecnologie hanno portato numerosi cambiamenti, che non in tutti i casi hanno voluto dire una vita più semplice. L’affermarsi della società dei consumi negli anni del boom economico ha contribuito al sorgere di nuove professioni ed allo stesso tempo ha decretato il tramonto di altre. Prendiamo ad esempio gli ombrellai: oggi, quando un ombrello si rompe, nessuno lo fa riparare, piuttosto ne compra uno nuovo. Similmente, la rivoluzione digitale ha segnato la nascita di nuovi modi di concepire mestieri antichi: adesso un imprenditore non avvia un’attività, ma apre una startup.

In tutto ciò, può dunque apparire anacronistica la protesta dei tassisti che ha animato le strade della capitale nelle scorse settimane: di fronte alla tanto temuta liberalizzazione, i tassisti hanno risposto con scioperi, tafferugli ed episodi di violenza come non se ne vedevano da tempo. A scatenare l’ira funesta dei “tassinari” romani è soprattutto il diffondersi dell’app Uber.

Quest’ultima è sorta negli Stati Uniti, per la precisione a San Francisco, nel 2011 e consente a chiunque possieda un’auto e determinati requisiti (sono esclusi ad esempio coloro che hanno perduto la metà dei punti della patente) di diventare tassista sfruttando l’app che mette in contatto il guidatore e chi ha bisogno di un passaggio. A chi guida, Uber consente un modesto guadagno, a chi ha bisogno di un passaggio dà invece l’opportunità di risparmiare rispetto al costo di un taxi tradizionale. La diffusione di Uber ha scatenato diatribe legali in diversi paesi: c’è chi l’ha vietata e chi invece la tollera in nome della libertà d’impresa.

In Italia, la professione di tassista è disciplinata da una legge del 1992 (ma bisogna ammettere che ci sono anche mestieri regolati da leggi molto più antiche), praticamente un’altra epoca. Una licenza da tassista costa moltissimo, soprattutto nelle grandi città. Per questo motivo, chi vuole condurre un taxi è costretto ad indebitarsi e nei primi anni di lavoro svolge turni massacranti pur di estinguere il proprio debito. La vendita della licenza, poi, costituisce l’unica forma di liquidazione per chi pratica questo mestiere, nonché l’equivalente di un fondo pensione. Se Uber, BlaBlaCar ed altre app di questo genere dovessero diffondersi, chi ha investito i risparmi di una vita intera sulla licenza da tassista si sentirebbe come minimo beffato.

Dunque la protesta dei tassisti, ridotta all’osso, potrebbe configurare l’ennesimo scontro tra il vecchio e il nuovo, tra un sistema ormai obsoleto che alle generazioni odierne va stretto e un nuovo ordine che probabilmente ha ancora bisogno di aggiustamenti, ma che avanza prepotentemente e non si lascerà mettere all’angolo da regole antiche. Sarà interessante vedere quanto durerà questo braccio di ferro, quale dei due fronti cederà terreno per primo e chi avrà la meglio sul lungo periodo.

Saluti dalla plancia,

CARLO DELASSO

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