19/06/2017

Doveva essere una festa e festa è stata

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Il calcio è un grande romanzo popolare. Il Benevento, con la promozione in A, ha scritto una pagina che resterà indelebile. Una pagina scritta a più mani: dal Presidente, dall’allenatore, dai calciatori, dai tifosi; una pagina resa possibile dal temperamento, dal carattere, dalla determinazione, dalla coesione, dalla compattezza; dalla solidità societaria e da un mister capace non solo di dettare schemi ma di governare gli uomini e di “fare spogliatoio”.

Ed è accaduto l’imprevedibile, stavo per dire l’impossibile, oltre il sogno.

La strada da seguire, per far sì che dopo il Benevento tocchi a Benevento, è, dunque, tracciata. Visione, strategia, tenacia per fare comunità e per fare crescita di un territorio che non è all’anno zero, come dalla narrazione di chi, anziché valorizzare le positività, indugia, tafazzianamente, a lamentarne le negatività, forse come alibi per coprire l’arroganza e l’incompetenza.

Il Benevento è riuscito a rinsaldare città e provincia e la promozione non è solo dentro le mura della città ma attraversa il Tammaro e il Basso Fortore, la Valle Caudina come l’Alto Fortore, la Valle Telesina e la Valle Vitulanese. Anche in questo caso la strada è tracciata: la città che fa area vasta in un progetto di costruzione delle città nuove. Esattamente l’inverso della chiusura municipalistica e della regressione da strapaese.

Ho scelto volutamente l’approccio metaforico-simbolico perché è una pre-condizione per capitalizzare al meglio il più grande mezzo di promozione del territorio mai avuto. È una bella sfida per la classe dirigente, per fare sistema e declinare la parola chiave dello sviluppo: l’attrattività del territorio.

Ho ancora nitido il ricordo dell’intervento che feci in un’infuocata riunione nella sede del Club dei Giallorossi, con il mitico Ciccio Cecere ed Eugenio Cornacchione, nell’ambito della mobilitazione per sbloccare la vicenda dello Stadio. Cosa che avvenne. Il “Santa Colomba” fu, infatti, inaugurato nel settembre del 1979. Qualcuno obiettava: Che ce ne facciamo di un impianto così grande, mica facciamo la serie A?

Dopo 38 anni, grazie a Ciro ed a Oreste Vigorito, possiamo rispondere: Sì, quello stadio, oggi con qualche ruga e qualche segno del tempo, serve. Perché facciamo la serie A.

Non siamo all’anno zero. Nel presente, nel bene e nel male, c’è sempre una punta di passato.

PASQUALE VIESPOLI

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