06/07/2017

No al depuratore

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Nelle intenzioni di molti tra gli invitati al convegno organizzato da Camillo Campolongo (originato dal nostro Depuratori e Innovazione, su Realtà Sannita del 15-31 maggio 2017), la questione era quella della ubicazione del depuratore. Forse qualcuno, alla fine, sarà rimasto di quest'avviso.

E, invece, il discorso impostato dalla relazione di Giulio Conte pone in secondo piano ciò che sembrava essenziale, poiché l'illustre specialista di cose d'acqua ha detto a chiare note che è proprio lo strumento depuratore a ... fare acqua da tutte le parti.

Perché la legge Merli del 1976 imponeva di depurare tutte le acque? Per fare in modo che nei fiumi e nei corsi minori fosse preservata la qualità delle acque.

L'obiettivo della legge non era quello della depurazione (per cui fatto il depuratore, tutto finisce) ma quello della tutela della qualità delle acque. Sembra la stessa cosa, ma così non è.

Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che ogni corso d'acqua provvede “naturalmente” a ripulirsi. Poiché però in Italia la presenza di attività umane (comprese quelle industriali) è prossima ai sistemi idrici naturali, ne conseguì l'urgenza di provvedere a “ripulire” i contributi degli scarichi domestici e industriali prima che arrivassero al più vicino corso d'acqua. Gli impegni verso i fiumi dell'Unione Europea è che siano “in buono stato”.

Dall'87 al '93 sono stati realizzati molti depuratori, ma la qualità delle acque in Italia non migliora. Questo è un dato di per sé significativo.

Conte ha spiegato, con cifre e tabelle, che i depuratori hanno bisogno di una “gestione difficile”. Il processo biochimico di scomposizione delle sostanze immesse nelle fognature necessità di percentuali ben precise di acqua. Succede, invece, che noi stessi “produttori” di rifiuti immettiamo già in partenza troppa acqua. Ciò che le nostre fogne portano al depuratore non rispetta l'armonia delle componenti che, nel depuratore, dovrebbero “produrre” il miracolo della trasformazione del tutto in acqua buona per la vita dei fiumi.

Quindi dai depuratori, anche quando fossero perfettamente funzionanti, non uscirebbe  ciò che ci si aspetterebbe.

Tutto questo a prescindere dai costi di progettazione, realizzazione e gestione di un depuratore. Benevento, a questo punto, farebbe bene a non procedere alla costruzione di uno strumento così inefficiente.

Il Comune, quindi, da oltre trent'anni incamminato lungo la soluzione-depuratore, mentre potrebbe non addossare particolari responsabilità su chi, alla luce di conoscenze e prassi tecniche, ha operato quella lontana scelta, deve oggi procedere ad una nuova e più aggiornata valutazione sulla opportunità di impiccarsi ad un “precedente in atto”.

Si può (e a questo punto non ci dovrebbero essere alternative) tenere fermo l'obiettivo di consegnare ai fiumi liquidi compatibili con la “buona qualità dell'acqua”, ma archiviare il depuratore e dirottare le risorse (impegnate per un progetto che non risponde agli obiettivi per cui fu impostato) verso soluzioni tecnologicamente più semplici, meno invasive sull'impatto ambientale e assolutamente “naturali”. A partire dalla fitodepurazione, per finire agli esempi che già citavo nel mio articolo di maggio.

Chi difende a spada tratta la legittimità dell'intervento sul depuratore ignora che non basta la legittimità formale di una procedura a concretizzare quel mix di efficienza-efficacia-economicità in cui deve consistere (per statuto legislativo dei primi anni '90) l'azione amministrativa.

MARIO PEDICINI

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