15/09/2017

Intercettazioni: nuove norme. Sarà la volta buona?

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Il tema ciclicamente ritorna. Il confronto sul canovaccio ministeriale comincia con i diversi attori coinvolti eppoi si interrompe, scivolando nel dimenticatoio. I dissensi sono diversi. E la materia è di quelle delicate: “intercettazioni”.

Non conviene alla politica andare avanti con forzature. Troppo pericoloso. Le categorie interessate sono quelle, diciamo così, potenti. Magistratura, in prima fila, poi ci sono i giornalisti che in materia vogliono mano libera nel pubblicare tutto quello che riescono a raccogliere. Meglio, allora, lasciare le cose come stanno. Eppure, una regolamentazione della tematica è necessaria ed opportuna, per evitare, tra l’altro,  la “messa in croce” di tanti poveri cristi che trovano sui media il loro nome “intercettato”, anche se non hanno commesso reati.

Emblematico, nel 2007, il caso “vallettopoli”. Il mercimonio tra la comparsata televisiva di una bella ragazza speranzosa di successo e i “costi impropri” che fu costretta a pagare per quella presenza alla tivvù. Comunque, al di là della discutibilità e moralità di certi comportamenti, ci si trova difronte a soggetti da tutelare nella loro privacy. Cosa che allora non avvenne per quanto riguarda la pubblicazione integrale dei testi delle intercettazioni telefoniche dove, senza alcuna restrizione, venivano dati nomi e cognomi delle vittime, con particolari strettamente personali.

Nel 2009 altro caso significativo. E’ Francesco Rutelli, allora presidente del Comitato parlamentare sulla sicurezza, a denunciarlo. Anche gangli sensibili dello Stato, preposti alla sicurezza, furono “attenzionati”. Gli fece eco Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, che parlò del “più grande scandalo dello Stato” che stava per uscire. E’ bene precisare che non ci si trovava difronte a vere e proprie intercettazioni, ma all’acquisizione del traffico telefonico tra vari soggetti: magistrati, agenti segreti, parlamentari, sindacalisti, imprenditori. Queste relazioni telefoniche facevano ben comprendere non solo le relazioni interpersonali, ma anche i contatti, nel caso dei servizi segreti, che dovevano assolutamente rimanere top secret. Per i parlamentari poi la “tracciabilità” delle telefonate andava autorizzata dal Parlamento.

Allora  tutto partiva da intercettazioni “legali”, legittimamente autorizzate da un magistrato che affidava ad un perito di fiducia il compito d’indagare. Il magistrato era l’ex pubblico ministero di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e il consulente era Gioacchino Genchi.

Ci provò anche il IV governo Berlusconi a regolamentare le “intercettazioni”. Il ddl relativo al provvedimento divenne un vero e proprio feticcio. Una norma che scontentava un po’ tutti - giornalisti, magistrati, forze dell’ordine - ma che trovava una difesa ad oltranza da parte dell’esecutivo che lo vedeva come una legge simbolo. Qualcosa d’immodificabile. Non perché aggiustamenti dettati dal buon senso fossero devastanti per l’impianto stesso della normativa e per la sua efficacia operativa, anzi. Ma perché, per i governanti dell’epoca, un  tal modo di agire rappresentava un’abdicazione alle forze dissenzienti interne al Pdl - a partire dall’allora presidente della Camera Fini -, che ipotizzano emendamenti migliorativi in sintonia con le richieste che venivano dall’opinione pubblica. Che un giudice monocratico, ad esempio, potesse infliggere, anche se in prima istanza, un ergastolo e per converso c’era bisogno di tre giudici per definire un’intercettazione era qualcosa di anormale sul piano proprio dell’equilibrio democratico.

E veniamo ai giorni nostri. Il ministro della Giustizia Orlando ci vuole provare a chiudere il cerchio. Tra i 95 commi dell’articolo unico della riforma del processo penale le intercettazioni sono previste ai commi 84 e 85. E c’è la delega al governo per disciplinare la materia. Gli interessi in gioco, al solito, sono tanti e tutti di rilevanza costituzionale. C’è la privacy dei cittadini, l’esigenza di giustizia che la magistratura deve garantire e, non ultimo, il diritto all’informazione rivendicato dai giornalisti.  Già le polemiche imperversano. Tra l’altro il provvedimento di Orlando prevede di riportare “solo il contenuto” delle intercettazioni, senza usare frasi virgolettate nei provvedimenti dei magistrati. E’ il punto più contestato del testo da cui Orlando ha già preso le distanze.

Prossimamente, in una riunione congiunta, dovrebbero confrontarsi sull’articolato  lo stesso  ministro insieme  ai capi delle maggiori procure italiane (Greco, Spataro, Creazzo, Pignatone, Melillo, Lo Voi), le Camere penali, noti giuristi. Ci dovrebbe essere anche la Federazione della Stampa Italiana, che però non si sa se accetterà il confronto. 

“Fusse che fusse la vorta bbona”, ripeteva Nino Manfredi in un tormentone degli anni ‘60. Dopo vent’anni di “sussurri e grida” sarebbe proprio il caso di chiudere la partita.

ELIA FIORILLO

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