20/10/2017

Sfruttamento e lavoro

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Ottobre, tempo di cortei. Se i ragazzi mancassero di fantasia, ci pensano gli adulti organizzati (trovate voi una sigla) a fornire l'occasione per non andare a scuola, pensando ad un novembre di occupazioni. Magari per l'annosa questione del riscaldamento.

Il tema di fondo di questo autunno '17 ( giusto cent'anni dopo la rivoluzione russa) è il rifiuto della contaminazione tra scuola e lavoro. I manifestanti rifiutano l'idea che si possa andare a scuola e pensare contemporaneamente ad un lavoro compatibile con gli studi in corso. Sono ragazzi moderni, usano cellulari e tablet, ma hanno in testa l'antica divisione anche cronologica tra il tempo dello studio e il tempo del lavorare.

Quando la società era organizzata con una separazione di mansioni tra maschi e femmine (gli uni portavano un salario, le altre badavano alla casa) e tra il lavoro manuale e quello di concetto, chi si preparava ad entrare “nel mondo del lavoro” andava a bottega. Imparava un mestiere, lavorando sotto la guida del “mastro”, senza alcuna pretesa di compenso se non quella della formazione ricevuta. La massa più bassa si divideva tra lavoratori agricoli e operai. Chi puntava ad emergere dalla condizione di partenza sceglieva di studiare. E chi studiava poteva pretendere di farlo a tempo pieno, senza la “distrazione” di una occupazione manuale.

E' arrivato poi l'obbligo scolastico, una riforma vera portata in porto a coronamento di un reale processo democratico. L'obbligo scolastico (la scuola media unica e obbligatoria) ha scosso dalle fondamenta l'organizzazione del lavoro dell'azienda familiare accelerando l'ammodernamento e la razionalizzazione delle forze lavoro, spostando repentinamente (ad esempio) il numero degli occupati dall'agricoltura all'industria (edilizia in loco e meccanica con annesso trasferimento al Nord). L'obbligo scolastico ha fatto scoprire, però, che la formazione culturale non finisce con la frequenza di una scuola. Lungo la vita lavorativa bisogna aggiornarsi, bisogna apprendere cose nuove, bisogna cambiare qualifica professionale. Non solo per ambizione personale, ma anche per necessità derivanti dalla accelerazione dei mercati sospinti da sempre nuove applicazioni tecnologiche.

Non è più tempo di studiare poco, laurearsi con comodo e occupare il tempo con i cortei. La concorrenza ha rotto gli argini dei confini nazionali e i giovani delle altre nazioni europee (per fermarci alla nostra patria allargata) si mangiano i posti di lavoro di casa nostra, quei posti che sfuggono ai nostri perché non hanno completato il corso di studi. Ragazzi dotati sono indotti a rimandano esperienze lavorative senza rendersi conto che quello che si lascia è prontamente occupato da altri.

Le dinamiche dell'economia, da cui dipende il lavoro, sono fuori dall'orizzonte mentale di troppa parte della società. A cominciare proprio dalle famiglie, ma anche dalla scuola. In una società efficiente, le scuole farebbero di tutto per adeguare i percorsi formativi, anche quelli di base, ad un riscontro reale. L'autonomia (finanziaria, organizzativa e didattica: blindate dalla attribuzione della personalità giuridica) a questo dovrebbe servire. E' sicuramente segno di un malessere che debbano pensarci il ministero o la regione a spargere qualche soldo affinché nascano occasioni per far incontrare scuola e mondo del lavoro.

Dario Di Vico sul Corriere della Sera di domenica scorsa ha scritto di studenti che non sanno chi è un operaio. Tale estraneità segnala una cesura di valori. Ignorano che i loro nonni da operai hanno fatto crescere e studiare casomai un loro padre e gli ha anche dato una educazione civile necessaria per stare al mondo e nel mondo.

Se circola l'idea che il lavoro sia uno sfruttamento, per combatterlo (lo sfruttamento) non c'è altra via che capire a che serve studiare, pensare come darsi i mezzi per vivere. L'affrancamento delle classi subalterne è stato pensato (e anche realizzato) con il lavoro. Gli stati moderni hanno fatto proprio il compito di sostenere e garantire il lavoro, anche direttamente quando l'iniziativa privata sia stata debole o incapace.

Che altro potrebbe significare che l'Italia (art. 1 della Costituzione) è una Repubblica fondata sul lavoro? Secondo i facili sillogismi sbandierati in questa inusitata “rivoluzione di ottobre” la scuola dovrebbe astenersi dal tema, perché il lavoro è nient'altro che uno sfruttamento. Sullo sfondo si ipotizza un sol dell'avvenire garantito da un sussidio di stato. Ma dove li prenderebbe i soldi lo Stato, se non ci fossero quelli che pagano le tasse? Proprio cioè quei cittadini che lavorano dall'una e dall'altra parte del bancone?

Ma, attenzione. E' al limite la stessa pazienza di chi assicura le tasse necessarie per “tenere buona” una massa studentesca che folleggia, Dio non voglia sobillata da docenti della stessa pasta, di lavoro uguale a sfruttamento.  

MARIO PEDICINI

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