31/10/2017

Bankitalia e la lunga campagna elettorale

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Tutto un calcolo per avere un argomento di sfondamento in più alle politiche del prossimo marzo? Potrebbe anche darsi ma i conti non tornano. Su certe prese di posizione del Partito democratico e del suo segretario c’è qualcosa di poco chiaro. La mozione presentata dai democrat alla Camera parlava chiaro, anche se non nominava esplicitamente il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Si sosteneva che ai vertici di Bankitalia ci fosse bisogno di “una figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto, tenuto conto anche del mutato contesto e delle nuove competenze attribuite alla Banca d’Italia negli anni più recenti”. Insomma, un addio, meglio una cacciata “sic et simpliciter”, all’ex boy scout Visco, dall’ex boy scout Renzi.

La prima domanda viene spontanea. Ma perché il segretario del partito di governo fa “sparare” dai suoi una mozione a Palazzo Montecitorio quando, per le vie brevi, poteva “trattare” con Gentiloni, Padovan e lo stesso Mattarella un nome più idoneo, a suo avviso,  “al mutato contesto e alle nuove competenze della Banca d’Italia”?  Non pensava - o lo immaginava e perciò l’ha fatto - che una presa di posizione tanto inusuale finisse per costringere il presidente del Consiglio, unitamente al presidente della Repubblica, a riconfermare Visco proprio per  tutelare l’immagine di Bankitalia, non solo a livello interno ma anche internazionale? Eppoi, non è stata istituita una Commissione bicamerale sulle banche presieduta da Pier Ferdinando Casini anche per far luce su eventuali responsabilità della Banca Centrale su controlli mancati e via dicendo? Non sarebbe stato più prudente aspettare l’esito della “bicamerale” prima di emettere pesanti giudizi?

Sì, la lunga campagna elettorale in corso, che avrà in Sicilia domenica 6 novembre il suo primo importante round, impone mosse ad effetto che devono colpire l’elettore per acchiappare più consensi possibili. I 5Stelle di Di Maio e Grillo si sentono in pole position per la conquista dei palazzi romani del potere.  Una forza avversaria come il Pd non può stare a guardare, ma non può neanche usare gli stessi mezzi - e argomenti - propagandistici di chi non sta al governo del Paese. Se poi le tattiche elettorali provano a mettere sullo stesso piano chi di fatto è detentore del potere con gli oppositori, questo è un altro discorso. Pericoloso però. Perché si corre il rischio di spingere l’elettorato fedele al partito di governo a cambiar casacca a causa di posizioni difficili da comprendere, che nella sostanza danno ragione agli avversari. Se Renzi, presidente del Consiglio, sentiva puzza di bruciato che veniva da Palazzo Koch qualche cosa se la poteva inventare già allora.

Dell’accaduto ci potrebbe essere anche un’altra lettura. Oltre a voler marcare a tutti i costi l’impegno a tutela dei risparmiatori e dei loro soldi, questione di valore esistenziale per gli italiani, ci potrebbe essere stata in Renzi la voglia di cancellare brutte storie legate a Maria Elena Boschi il cui papà, Pier Luigi, diventò vicepresidente della Banca Etruria poco dopo il giuramento a ministro della prediletta figlia. Una banca che ha gettato sul lastrico migliaia di correntisti. Va ricordato il libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, che ha ipotizzato  che Maria Elena avesse mentito davanti al Parlamento. Il ministro nel 2015, secondo De Bortoli, “non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit Federigo Ghizzoni, a cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”. Non se ne fece niente. L’attuale sottosegretaria di Palazzo Chigi  ha sempre smentito, ma non risultano querele per diffamazione a carico del noto giornalista.

Lo “stai sereno” di Renzi a Enrico Letta rimarrà nella storia della politica del nostro bel Paese.  Le situazioni cambiano, ma la presa di posizione su Visco, comunque, è un possibile avvertimento al presidente del Consiglio. “Stai sereno che…se cambia la musica…”.

Il treno del consenso è arrivato al capolinea di Roma Termini. “Non veti, ma voti” ha gridato l’ex sindaco di Firenze, tra l’altro,  nell’ultimo tratto del tour. Gli risponde il suo predecessore alla guida del Pd, Pier Luigi Bersani: “Gli avevamo teso la mano per modificare insieme la legge elettorale e lui ce l’ha ricacciata indietro”. Insomma, la guerra continua. Certo, se Fava dovesse vincere alla grande in Sicilia… molte cose cambierebbero nel Pd del Matteo gigliato.

ELIA FIORILLO

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