06/11/2017

Disoccupazione o bella vita? Sarà tutta colpa dei robot/schiavi

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È uscito nelle sale da circa un mese il film Blade Runner 2049, sequel del capolavoro diretto dal regista britannico Ridley Scott 35 anni fa. Ambientato in un futuro distopico, mostra una società dove umani e replicanti (esseri artificiali identici agli uomini ma creati in serie per eseguire i lavori più pericolosi, sgradevoli o mortificanti) convivono su un pianeta terra flagellato dall’inquinamento. Il miliardario a capo delle industrie che fabbricano i replicanti afferma ad un certo punto che tutti i grandi imperi della storia sono stati edificati sulla schiavitù. Possiamo dargli torto? Dall’antico Egitto all’impero romano fino al sogno americano, gli schiavi sono stati per secoli una forza lavoro imprescindibile nelle società più avanzate.

Oggi che la schiavitù è improponibile (sebbene esistano ancora in molte parti del mondo forme di sfruttamento ad essa simili, se non praticamente identiche), possiamo dire che le macchine, i robot insomma, siano destinati ad essere i moderni schiavi? Pensandoci bene, la stessa parola robot fu coniata da uno scrittore ceco utilizzando una radice etimologica slava che indica la schiavitù, il lavoro forzato. Sin dalla nascita dunque gli automi sono stati considerati come servi del loro creatore umano.
Già adesso in molti campi le macchine sono in grado di sostituire l’uomo in diversi compiti. Molto utili sono ad esempio i robot artificieri in dotazione alle forze di polizia: inutile dire che, dovendo disinnescare un ordigno esplosivo, è di gran lunga preferibile rischiare l’incolumità di un robot che non quella di un poliziotto in carne ed ossa.

Man mano che la robotica compie passi avanti, diventano sempre più numerose le attività che possono essere svolte dalle macchine, siano essi lavori pesanti o che richiedono estrema precisione. Viene allora da domandarsi quale possa essere il limite invalicabile, fino a che punto potremo spingerci e quali siano quei mestieri che dovrebbero restare prerogativa degli esseri umani. Quando gli esseri artificiali saranno più compatti e agili di oggi, potranno essere impiegati non solo nelle fabbriche o nelle miniere, ma anche in ospedali, uffici, scuole e persino nelle nostre case?

I robot potrebbero in futuro sostituire le donne delle pulizie (finora ciò è reso insostenibile dall’elevato costo di queste macchine, ma anche i computer trent’anni fa erano immensamente più cari di oggi) e le segretarie. E in un paese come l’Italia, dove l’età media tende inesorabilmente a salire, dei robot in grado di occuparsi degli anziani non potrebbero che far comodo.

Ma se accettiamo i robot infermieri ed i robot bidelli, chi ci dice che il passo successivo non sarà quello di avere robot al posto dei medici e degli insegnanti? Fino a che punto le professioni intellettuali saranno al riparo dal rischio di divenire obsolete? Certo, un robot non potrà comporre poesie né affrescare la Cappella Sistina, ma sarà un giorno in grado di compilare documenti e costruire edifici.

L’ultimo decennio del secolo scorso ed il primo di questo secolo hanno visto la progressiva informatizzazione della società. Attualmente, in quasi tutte le professioni bisogna avere a che fare con i computer. Tra qualche decennio la stessa cosa potrebbe ripetersi con i robot; allora ognuno di noi dovrà essere in grado di farne funzionare uno ed utilizzarlo nel proprio lavoro quotidiano. I tecnici programmatori ed i riparatori di robot diventeranno perciò i professionisti più ricercati nel mondo del lavoro, almeno fino a quando non esisteranno robot in grado di costruire e riparare gli altri robot.

A quel punto, avremo una forza lavoro interamente artificiale in grado di rimpiazzare l’uomo. Diverremo quindi tutti dei disoccupati, oppure potremo finalmente goderci la vita, mentre i robot faticano al posto nostro?

In attesa di essere sostituito anch’io da un giornalista robot, vi saluto.

CARLO DELASSO 

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