16/03/2012

E... divennero sorelle

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In “E... divennero sorelle”, edito da Guida nella collana “lettere italiane”, la narrazione si dipana, grazie all’abile penna dell’autrice, Giulia Di Nola, attraverso trentotto capitoli in cui Enrica, la protagonista, si racconta.

La malattia di Enrica con tutte le sue complicazioni, cause e conseguenze, è il fil rouge onnipresente, sotteso agli eventi e, al contempo, elemento fondante l’intero romanzo, in cui non mancano colpi di scena, che, di volta in volta, consentono di aggiungere un nuovo tassello a quel complesso mosaico che è la vita di Enrica.

Ogni capitolo, breve ma intenso, si chiude con una riflessione che del capitolo successivo è premessa, creando un legame intrinseco che inanella l’una all’altra le fasi del complesso viaggio di quest’anima, che, attraverso un lungo travaglio fisico e interiore, perviene alla crescita identitaria e all’accettazione di sé.

La metafora del viaggio ci pare, in verità, la più calzante; tipica della narrativa classica, ci ricorda il viaggio di un’altra anima, altrettanto sofferto, quello del protagonista delle metamorfosi di Apuleio, Lucio, che, attraverso un lungo “rosario” di sofferenze e di disavventure, perviene alla comprensione della realtà e alla catarsi.

E chi non ricorda la metafora nella metafora, la “bella fabella” di Amore e Psiche, cuore delle Metamorfosi, in cui Psiche ( in greco ѱυχή vuol dire anima) attraverso un lungo travaglio, conquista la sua dimensione esistenziale.

Dal rifiuto di sé e dal disagio, infatti, Enrica, la protagonista perviene all’accettazione, al rispetto di se e si riconcilia con se stessa.

Il suo ”malessere generale interiore”, così lo definisce la scrittrice, è causa di una lunga “peregrinatio”, il cui traguardo, infine, è la riscoperta del mondo, guardato con occhi nuovi, privi di ogni pregiudizio.

Con Marta, infatti, la deuteragonista, gemella bella e sensuale, Enrica vive un confronto impari, un antagonismo sofferto, innaturale per due gemelle, che invece dovrebbero essere pressoché simbiotiche nelle emozioni, nei pensieri, nei sogni. Il perché di quest’antagonismo tra le due sarà chiarito dalla madre, Amelia, in un impeto di sincerità che porterà Enrica a cominciare a dare una risposta a tanti perché e ad avvertire meno intensi i sensi di colpa.

Gli altri personaggi: Amelia, la madre; Aldo, il pragmatico padre-padrone; Angelo, il padre biologico, uomo sensibile e di grande bontà; Marco, il marito; scolpiti dall’autrice a tutto tondo, acquistano significato e valore al fine della comprensione sia delle sofferenze, sia della resurrezione di Enrica, della sua realizzazione come persona, unica, irrepetibile, straordinaria. Perfino il micio Pallino, con il suo bisogno d’affetto e di tenerezza, è rappresentativo di quel bisogno di amore, motore di crescita, di cui nessuno di noi può fare a meno.

Anche la natura, presente costantemente nel testo, è sicuramente un elemento importante, funzionale a questo iter, al suo traguardo e soprattutto alla sua comprensione.

Le immagini del mondo agreste che l’autrice ama, risuonano come echi di memoria esiodea, laddove, nelle “Opere e giorni”, il grande poeta della Beozia, ispirato dalla natura e dalla sua etica esistenziale, crea l’epos del mondo contadino, cantando attraverso descrizioni musicali l’immortale natura nella religiosità del suo perenne rigenerarsi.

Le immagini dei tempi vissuti” è definito da Enrica questo procedere a ritroso nel tempo per raccontarsi, estremamente piacevole per lo stile personale, ricamato di particolari minuziosi, utili alla comprensione del dramma interiore conseguente al travaglio fisico. Il periodare è sciolto, ben articolato, così come il lessico è frutto evidente di una scelta accurata e competente.

Lo stile riflette non solo la formazione culturale dell’autrice ma anche e soprattutto il suo vissuto di donna; una persona, Enrica/Giulia, che ci può essere sicuramente d’esempio per la forza con cui non si è arresa né di fronte alla malattia, né alla sofferenza, né alle vicende quasi incredibili che hanno contraddistinto la sua vita.

L’autrice, ha sublimato le sue sofferenze a tal punto da trasformarle in un messaggio di speranza per ogni creatura: non bisogna lasciarsi sopraffare dalle sofferenze ma trarre da esse la forza per risalire anche dall’abisso più profondo, solo così sarà possibile rinascere e librarsi in volo, come l’araba fenice dalle sue ceneri, verso orizzonti ampi e senza nuvole.

VITTORIA CASO

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