05/04/2012

Un'altra buona occasione sprecata

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Torna alla Fiera di Verona l’appuntamento con il vino. Dal 25 al 28 marzo si è tenuto il Vinitaly 2012, la manifestazione vitivinicola più importante a livello internazionale, riservata agli operatori del settore e annuale palcoscenico di tutto ciò che gira attorno al mondo del vino, dei distillati, dell’olio e delle loro tecniche di produzione.

Anche quest’anno la Regione Campania era presente in uno dei padiglioni più centrali; sulle pareti esterne campeggiava un’immagine suggestiva creata dalla foto del celebre Apollo di Pompei al quale era stato collocato nella mano un bicchiere di vino al motto di “Campania. Da noi il vino è arte”. All’interno, raggruppati in cinque aree provinciali distinte da colori e temi differenti, si trovavano i produttori che hanno aderito alla manifestazione.

L’area dei produttori sanniti, che si snodava lungo due grandi corridoi, era colorata di un suggestivo tema color porpora e sviluppava davanti ai singoli stand un’architettura a grandi forme circolari che ricordava grappoli d’uva stilizzati. Al centro fra i due corridoi si trovava “Piazza Santa Sofia”, lo stand ufficiale della Camera di Commercio di Benevento, che si occupava dell’intera organizzazione delle attività della Provincia mediante l’intervento istituzionale della propria Azienda Speciale “Valisannio”.

Inspiegabilmente lo stand è rimasto a disposizione degli utenti per sole due giornate sulle quattro della kermesse, lasciando malauguratamente deserto lo stand informativo nella giornata di apertura e di massima affluenza (domenica). Per il medesimo giorno era prevista la presentazione di “Strade del vino della Campania Terre dei Sanniti”, una pubblicazione di utilità per chi volesse approfondire la conoscenza del territorio sannita attraverso le aziende vitivinicole attrezzate per l’ospitalità in cantina. La delusione dei produttori presenti, citati nella pubblicazione, e dell’Associazione Strada dei vini e dei prodotti tipici Terre dei Sanniti ha destato stupore anche presso gli operatori del settore che vedevano svolgersi invece, puntualmente, nella sala adiacente, la presentazione “Strade del vino di Ischia” che registrava il tutto esaurito.

La produzione vitivinicola quest’anno ha rivelato luci ed ombre di una enclave territoriale che stenta a far capire la propria identità, tanto per motivi storici quanto per vini che ancora, nella maggioranza delle circa 60 aziende del comprensorio Beneventano, troppo spesso scelgono la strada della omologazione, proponendo vini eccessivamente simili nelle produzioni delle diverse aziende.

Inutile negare che Aglianico e Falanghina restino a tutt’oggi i portabandiera della intera Regione Campania, con un conseguente indotto economico di non trascurabile peso; questo però non deve significare per i viticultori sanniti una comoda opportunità che consenta di dormire sui proverbiali allori. Smussare la tannicità di un Aglianico, per renderlo più morbido e di immediata godibilità, utilizzare lieviti di sintesi industriale, per esaltare aromi oramai rintracciabili nella stragrande maggioranza della produzione vitivinicola italiana di medio/basso livello, significa non fare un buon servizio alla causa dell’identità territoriale.

Sarebbe preferibile, in extrema ratio, imboccare la strada di una produzione qualitativamente d’eccellenza, anche rinunciando a sole uve tradizionali a vantaggio dei più rassicuranti assemblaggi con Cabernet, Merlot, Chardonnay, Sauvignon. Pur non essendo la soluzione territorialmente più coerente, è stato dimostrato che il livello produttivo evidenziato da alcune riuscite sintesi enologiche ha indubbiamente alzato l’asticella della qualità di alcune aziende.

Ciononostante non si può ignorare che la via maestra, intrapresa da molte denominazioni, potrebbe fornire preziosi spunti di riflessione, volti alla valorizzazione della specificità territoriale. Si tratterebbe, in poche parole, di esaltare i vitigni tradizionali del luogo attraverso uno studio massivo delle loro peculiarità, delle loro interazioni con il terroir, dell’utilizzo di pratiche di vigna ecocompatibili e rispettose dell’ambiente, della valorizzazione degli innesti più vecchi, della rinuncia a usi estensivi di diserbo chimico a vantaggio di pratiche utilizzate con sapienza dai pionieri di quelle enclave produttive (come l’inerbimento del vigneto e il conseguente sovescio), di utilizzo di lieviti indigeni (decisamente più caratterizzanti per il gusto delle uve), di pratiche di cantina volte semplicemente a controllare la naturale evoluzione che dall’uva conduce al vino, senza ricorrere a soluzioni convenzionali che tendono ad omologare il prodotto.

Martedì 27 marzo si è svolta una degustazione di vini prodotti secondo i nuovi disciplinari alla presenza dell’Assessore Regionale Vito Amendolara, di Gennaro Masiello (Presidente della Camera di Commercio di Benevento), di Antonello Maietta (Presidente nazionale Associazione Italiana Sommelier), Nicoletta Gargiulo (Delegato regionale Associazione Italiana Sommelier), di Fabio Giavedoni (curatore della guida Slow Wine) e di Antonio Ciabrelli (Presidente dell’Associazione Strada dei vini e dei prodotti tipici Terre dei Sanniti). L’assaggio di tre campioni (una Fanghina del Sannio D.O.C. in versione spumante e ferma, un Aglianico del Taburno D.O.C.G.), si è svolto, sfortunatamente, senza rivelare il nome dei produttori presi come esempio, occultando le bottiglie; una mancanza di trasparenza che ha reso parzialmente vana la degustazione.

Gli interventi dei relatori hanno sottolineato come un positivo sviluppo dell’area interessata sia possibile a patto di porre in secondo piano il nome in sé del vitigno (comunque autoctono), sottolineando, invece, come il territorio sannita debba emergere sempre più come una zona ben specifica, dalle caratteristiche uniche e non assimilabili ad altri terroir; ciò per aiutare i consumatori a distinguere la specificità del vino prodotto nel Sannio. Queste indicazioni sono risultate di grande utilità soprattutto in vista della prossima applicazione della direttiva europea sulle D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta) e I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta) destinate a sostituire le attuali denominazioni I.G.T., D.O.C. e D.O.C.G..

Infatti il concetto di denominazione è spesso inconsciamente e al contempo universalmente noto ai consumatori, ad esempio, di vini francesi per via della sua storia vitivinicola plurisecolare (Bordeaux, Borgogna, Champagne… per citarne alcuni). La Spagna si è mossa per tempo in questa direzione (Rioja, Ribera del Duero, Cava) così come l’Ungheria (Tokaji), ed anche per alcune zone l’Italia (Barolo, Barbaresco, Valpolicella, Valdobbiadene, Franciacorta, Montalcino e altri), altresì per denominazioni “minori” che, nella percezione del consumatore, hanno oramai sostituito il nome dei vitigni contemplati (Frascati, Scansano, Noto, Montefalco, Conero, Collio etc.).

Questa potrebbe e dovrebbe essere la strada da percorrere per la D.O.P. Sannio per fidelizzare i consumatori ad un territorio dalle potenzialità tutte ancora da svelare e valorizzare.

L’ultimo giorno di Vinitaly ha registrato scarsa affluenza all’interno del padiglione Campania: gli ultimi assaggi di chi non era ancora passato, pochi buyers o rappresentanti. In altri padiglioni regionali, ancora caotici nel pomeriggio, si sentiva dire che quattro giorni di fiera non fossero abbastanza per il Vinitaly, molti tra i produttori beneventani, invece, già dalla mattina esprimevano il parere contrario: sarebbero bastati tre giorni. Lo stand dell’obelisco di Piazza Santa Sofia era rimasto vuoto tutta la giornata. Dietro il desk nessuno. Qualche depliant abbandonato, i quotidiani del giorno prima e qualche pubblicitario che passando di corsa tra i padiglioni vi aveva attaccato sopra adesivi colorati di questo o quel Prosecco di Valdobbiadene. Anzi, Valdobbiadene e basta.

ALBERTO LA PECCERELLA

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