01/12/2012

Il vero significato delle proteste studentesche

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Anche nella nostra città le scuole sono state occupate dopo giorni di cortei e sit-in.

In alcuni istituti non sono mancati atti violenti che hanno messo in seria difficoltà i dirigenti; in altri, come il Guacci, nonostante le false notizie da parte di alcuni mezzi d’informazione, l’occupazione si è svolta in maniera civile e responsabile, grazie anche alla professionalità e alla capacità di mediazione da parte della dirigente scolastica Giustina Mazza che gestisce per il primo anno la scuola più grande della provincia. Gli stessi rappresentanti d’istituto hanno dialogato con i docenti dimostrando responsabilità e collaborazione e impegnandosi ad evitare danni alla struttura e al materiale didattico.

Ma che significato oggi hanno le proteste studentesche? In che modo si differenziano da quelle del ’68?

Certamente la protesta è utilizzata contro i tagli alla scuola pubblica che impedisce di fornire maggiori opportunità di formazione per gli studenti che dovranno inserirsi in una realtà lavorativa fortemente competitiva. E per quanto un Paese è giudicato civile in base all’importanza che dà alla scuola e alla cultura, il nostro governo continua a ignorare che una nazione cresce se cresce la classe dirigente che in ogni caso esce da un percorso di studi. Di qui la necessità di puntare sulla ricerca e sull’innovazione, sulla preparazione dei docenti, sui mezzi da mettere a disposizione nelle singole scuole nonché sulle opportunità da offrire per potenziare la preparazione degli allievi.

E all’avv. Tibaldi che parla di una “ventata di stupidità che avvolge gli adolescenti” rispondiamo di non sottovalutare queste proteste, perché se molti allievi si lasciano trascinare dall’entusiasmo di nuove esperienze, ci sono altri che hanno piena consapevolezza del loro agire. Sono la minoranza? Ma certamente molto più informati degli studenti della generazione di Tibaldi perché abili fruitori di tablet, social network e altri mezzi tecnologici. Che conoscenze dirette possiede del mondo scolastico e di quei giovani che non vivono nel benessere e nella possibilità di vedere esaudito ogni capriccio? E poi, contrariamente a quanto afferma Tibaldi le forze di polizia sono state sempre presenti in tutte le manifestazioni studentesche, regolarmente chiamate dai capi d’istituto.

Allora bisogna interpretare bene il significato di tali proteste, perché nella pur sempre negatività dell’occupazione del bene pubblico s’ intravvede la positività della presa di coscienza dei giovani che cominciano a riflettere sul loro futuro incerto e problematico. I ragazzi vogliono governi che si concentrino per legiferare a favore di quanti vogliono costruire una famiglia e lavorare col piacere di offrire la propria competenza in un lavoro che li gratifichi e in una società in cui ci si confronti per i propri meriti e non per le appartenenze politiche e per i pesi economici delle proprie famiglie.

I giovani non sono choosy perché non è giusto che studenti che fanno delle rinunce, che si sacrificano per frequentare corsi universitari per i quali si sentono portati, debbano poi svolgere lavori che richiedono altri tipi di preparazione. E non perché non si vogliono svolgere mestieri umili, in quanto tutti sono dignitosi e utili e strumento di affermazione personale, ma perché ogni individuo deve poter svolgere quel lavoro per il quale si è preparato e formato a livello intellettuale o pratico. Solo in questo modo una società cresce ed è garanzia di democrazia e meritocrazia.

Le sommosse di oggi non hanno colore politico, e questo è stato ribadito dagli studenti in agitazione; vogliono essere ascoltati perché interpreti di un malessere generale a cominciare dalle proprie famiglie precipitate in un processo di impoverimento. Anche coloro che fino a ieri conducevano una vita agiata ma onesta o nella possibilità di poter soddisfare almeno i bisogni primari oggi entrano a far parte dei nuovi poveri nell’incertezza del domani. C’è, quindi, molta differenza con le agitazioni del ’68, quando gli studenti chiedevano cambiamenti e regole diverse in senso democratico per costruire una società più moderna e progredita ma in un contesto che andava verso il miglioramento e il benessere economico.

Oggi gli studenti protestano in un contesto di incertezza in una società nella quale le loro richieste non possono essere nemmeno ascoltate considerata la forte crisi economica e morale. C’è in loro angoscia, senso di precarietà e perplessità circa un miglioramento sociale e lavorativo perché la situazione economica generale non lo permette. Occorre, allora, un governo che sappia ridare entusiasmo ai giovani, che restituisca quelle risorse di cui le generazioni precedenti hanno potuto godere in maniera eccessiva ma non pensando ai danni che avrebbero arrecato alle generazioni future.

Allora è bene astenersi da commenti e prese di posizione su quanto sta accadendo oggi non solo nella nostra scuola ma in quelle di tutta Italia e riflettere sulle cause vere di un “pericoloso” malessere generale.

MARISA ZOTTI ADDABBO 

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