04/12/2013

I vini del Taburno protagonisti a Roma

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Nell’ambito delle attività didattiche e di degustazione che l’Associazione Italiana Sommelier (AIS) Roma svolge quotidianamente per approfondire la conoscenza delle realtà vitivinicole che rappresentano l’eccellenza dell’enologia nazionale e internazionale, il 25 novembre scorso si è tenuto, presso la sede dell’Associazione all’interno dell’Hotel Rome Cavalieri, un seminario di approfondimento sulla Cantina del Taburno, con una degustazione guidata di diverse annate dei due vini più rappresentativi dell’Azienda.

Alla sessione pomeridiana sono intervenuti Filippo Colandrea, responsabile della produzione, e Rita Pessina, enologo aziendale, moderati da Daniela Scrobogna, direttrice dei corsi AIS Roma e delegata provinciale, che ha condotto la degustazione: doppia verticale di Falanghina Cesco dell’Eremo e Aglianico del Taburno Bue Apis, laddove ‘verticale’ sta a significare l’analisi comparativa di diverse annate dello stesso vino.

Ha presentato l’Azienda al pubblico romano Rita Pessina, proiettando sullo schermo l’immagine della dorsale della ‘Bella dormiente del Sannio’ per inquadrare morfologicamente il territorio alle pendici del monte Taburno dove si trova la zona vitata di interesse dell’azienda. La Pessina ha ricordato che Cantina del Taburno, con sede a Foglianise, si avvale del lavoro di circa 300 soci viticoltori sparsi per dodici comuni limitrofi alla cantina, ottenendo ogni anno una produzione di 30.000 quintali di uva, che vinificati portano sul mercato circa 1.500.000 bottiglie, oltre a una piccola parte che viene commercializzata in cisterne per la vendita di vino sfuso.

«Prima non era così, - ha spiegato Filippo Colandrea - fino all’avvento in cantina del professor Luigi Moio nel 1988 si vendeva principalmente vino in cisterne e si imbottigliava pochissimo». Da quell’anno si è andata differenziando la produzione, attraverso la selezione dei vigneti maggiormente vocati sui terreni più scoscesi e dei soci conferitori che producevano meglio, lavorando con passione ed entusiasmo rispetto agli altri.

Selezionati questi 12-13 viticoltori, che nell’ultimo ventennio hanno conferito la medesima ottima qualità delle uve, si è deciso di indirizzare il loro raccolto alla produzione delle etichette più importanti tra i vini dell’azienda: Cesco dell’Eremo, Bue Apis e Delius. Ma con il passare degli anni i vertici aziendali hanno richiesto anche dagli altri viticoltori un impegno sempre maggiore, per avere una buona qualità anche nei vini-base: Falanghina, Greco, Fiano, Coda di Volpe, Torlicoso, Fidelis e Piedirosso. «A tal fine - ha raccontato Colandrea - abbiamo istituito, tra le altre cose, una sorta di ‘premio’ tra i soci conferitori per spronarli a mantenere sempre alta la qualità delle loro uve».

Poiché la degustazione si è incentrata sull’analisi delle differenze tra diverse annate, l’attenzione è stata posta sul tema dell’invecchiamento del vino, ed in particolare sull’utilizzo di tappi di qualità. Colandrea ha spiegato che per ridurre i problemi dovuti alle malattie del sughero è stato adottato da poco tempo l’utilizzo dei tappi dell’azienda australiana Procork, che all’interno del sughero contengono alcune membrane in grado di far passare le molecole di ossigeno, e respingere le molecole del TCA (responsabile del ‘sentore di tappo’).

Daniela Scrobogna ha dato il via alla degustazione dal bianco, che è iniziata assaggiando l’ultima annata in commercio, la 2012, per proseguire a ritroso assaggiando la 2011, la 2009, la 2004, la 2002 e la 2001. Si è proseguito presentando al pubblico il vino più importante della linea aziendale, che ogni anno riscuote trasversalmente elogi dalle valutazioni della critica: l’Aglianico del Taburno Bue Apis.

È stata proiettata la foto del monumento al Bue Apis a Benevento, immagine riportata anche sull’etichetta del vino, per spiegare il significato del nome scelto e sono stati fatti brevi cenni al culto di Iside e agli altri culti della storia della Città.

Questo vino è prodotto dalla vigna del socio viticoltore Angelo Piazza, che ogni anno raccoglie dalle piante tra i 15 e i 20 quintali di uva. È una vigna ultracentenaria con viti pre-fillossera a piede franco, grazie al terreno sabbioso dovuto alla vicinanza del torrente Pantanella. Più che viti sembrano alberi: sono alte, allevate a raggiera libera ed alcune riescono a raggiungere fino a 27 metri di branca. Il signor Piazza esegue la falciatura a mano per le piante infestanti e per concimare utilizza il letame vaccino. Altra particolarità del Bue Apis è il vitigno: non si tratta di ‘aglianico comune’, bensì di ‘aglianico amaro’, difficilissimo da addomesticare, e lo si è sentito in degustazione.

Ci ha confessato Colandrea che il suo sogno sarebbe quello di provare a vinificare il Bue Apis con il metodo dell’acinata. Questo antico metodo tradizionale - che ha ottimamente sperimentato un’altra azienda del Beneventano, Caputalbus, con il suo Aglianico del Taburno Illunis - avviene infornando all’interno di pignatelli di terracotta le uve appena vendemmiate, prima della pressatura, in maniera da addolcire i tannini amari all’interno dell’acino.

Tornando invece a descrivere la vinificazione normale, Colandrea ha spiegato che il Bue Apis fermenta in tini di legno e la ‘follatura’ (la rottura del cappello di vinacce galleggianti nel mosto con l’uso di un bastone, n.d.r.) viene effettuata almeno una volta al giorno; terminata la fermentazione, viene svinato direttamente in barrique per iniziare il lento e assolutamente necessario affinamento in legno. Si è resa ancora più palese questa necessità alla luce del primo assaggio della batteria di Aglianico in degustazione: la prima annata degustata è stata la 2012, un campione di botte prelevato a metà del suo previsto affinamento in legno.

La violenta durezza che ha caratterizzato questo assaggio ha reso necessario un’inversione dell’ordine dei vini, proseguendo (dopo una dovuta pausa addolciti da abbondante acqua frizzante) dal più vecchio in degustazione e andando a ritroso fino all’annata attualmente in commercio: la 2008. Ecco dunque, nell’ordine, le sei annate degustate: 2012, 1999, 2000, 2001, 2003 e 2008.

Daniela Scrobogna ha concluso la degustazione, ringraziando gli ospiti che hanno portato a Roma queste annate esemplari per un’indagine adeguata del territorio e della propensione all’invecchiamento di questi vini, che sono stati molto apprezzati ed hanno appassionato i palati degli esperti degustatori accorsi per questa attività pomeridiana dell’AIS Roma. In chiusura la padrona di casa ha dato appuntamento a Rita Pessina e Filippo Colandrea alla sessione serale per replicare la degustazione davanti a un pubblico di altri associati, anche alla presenza del professor Luigi Moio che era in viaggio verso Roma.

ALBERTO LA PECCERELLA

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