De Lorenzo ed i suoi 40 anni ''tra le sbarre''. Non è solo un libro di ricordi Cultura

Ho avuto il piacere di leggere in anteprima assoluta il dattiloscritto “Quarant’anni tra le sbarre”, di Giuseppe De Lorenzo, medico e giornalista molto noto in città, ma che ho conosciuto de visu solo qualche mese dopo nella redazione di Realtà Sannita.

Una personalità vulcanica ed eclettica, dall’animo gentile, che ha indirizzato tutto il suo percorso di vita su due qualità che si potrebbero definire un lusso e, in effetti, gli sono costate care: l’onestà e il coraggio!

“Quarant’anni tra le sbarre” è il decimo volume scritto da De Lorenzo, ma il primo edito con Realtà Sannita, nel cui catalogo - molto ricco - equivale al 145esimo dato alle stampe dalla casa editrice fondata da Giovanni Fuccio.

Nel libro sono narrati una miriade di episodi della sua vita di psichiatra, alcuni fanno sorridere, altri commuovere, altri ancora provocano rabbia e dispiacere, ma tutti sono accomunati dallo stesso fil rouge: invitano a riflettere.

Una menzione a parte merita poi il capitolo intitolato “L’incontro della vita”.

Scrive De Lorenzo: “Fu proprio in ospedale che un giorno, presso la divisione di medicina generale, incontrai colei che, in seguito, mi avrebbe accompagnato per la vita intera. Fu al capezzale di una mia paziente che, per una crisi cardiaca, avevo lì ricoverato. Stavo chiacchierando con i colleghi quando entrò lei, vestita con un abito verde chiaro, sorridente. Un segno del destino. Che dura imperterrito dopo tanti anni”.

L’autore si riferisce alla moglie Bice Palmieri con la quale è sposato da 38 anni (dopo due anni di fidanzamento) e che lo ha reso padre del figlio Giovanni: “Tanto somigliante alla mamma nel carattere, nella incapacità di fare o di pensare il male, nella sensibilità, nell’indifferenza per ogni banale e futile affermazione personale”.

Giuseppe De Lorenzo definisce la moglie “adorabile, dolce e affettuosa”, quindi il passaggio che - dopo quarant’anni di vita familiare e lavorativa sempre insieme - suona come la più bella delle dichiarazioni d’amore: “Tutta la mia forza è venuta dalla presenza di questa donna accanto a me. […] E’ stata l’aria per respirare, la luce per osservare, la mente per realizzare, la condizione stessa del mio essere. […] Ecco a questa donna devo tutto”.

“Quarant’anni tra le sbarre” è un titolo bello forte. Perché la scelta di questo titolo, ma soprattutto perché leggerlo?

Da una valutazione attenta, non si tratta, di certo, di un titolo forte. Io ho vissuto, in prima persona, il passaggio dall’era manicomiale di un tempo, per i sofferenti psichici, a quella dell’avvento della ben nota legge 180, conosciuta quale legge Basaglia, che sancì la definitiva chiusura delle vecchie e contestate strutture manicomiali. Qui, da noi, almeno logisticamente, trascorsero ben venticinque anni ed arrivammo al 2003 per riuscire, dopo tante mie lotte, a togliere, finalmente, le sbarre di ferro alle finestre del reparto. La lettura del libro può essere necessaria, in modo particolare in questi giorni in cui, qui da noi, da più parti, ci si sta, fors’anche con ritardo, rendendo conto dello stato in cui versa la sanità che, oggi più di ieri, è politicizzata sino all’inverosimile. A questo proposito, il libro, nel suo complesso, è uno spaccato di vita in materia.

Le prime battute del libro recitano: “Nel rincorrere, cercando di curare, le paure di vivere degli altri, ho sedato e nascosto volutamente le mie”. Quali?

Sì, perchè, per dedicarmi da mattina a sera, senza sosta, ai pazienti, molto spesso, troppo spesso, non ho dedicato il tempo dovuto, non solo a me stesso, ma anche agli affetti più cari. Essendomi, poi, posto, cocciutamente contro il sistema imperante ed avendolo, talvolta, sfidato a viso aperto, non sono stati pochi i momenti difficili, veramente difficili, che ho attraversato. La corsa, ed è stato, in ultimo, un bene, non mi ha concesso tempo per fermarmi a riflettere e placare, con un pò di tranquillità, l’ansia che, segnatamente in determinati momenti, prendeva tutto me stesso.

Medicina, politica e giornalismo sono state le tre grandi direttrici della sua vita. Di cosa va fiero e  di cosa si pente?

La medicina è stata per me la moglie, mentre, il giornalismo l’amante. Da quest’ultima sono stato tanto spesso attratto in quanto, se, in gioventù, avessi potuto scegliere, in tutta onestà, avrei preferito fare il giornalista. In ultimo, però, ha vinto la medicina, in definitiva, la moglie, che è stata la mia professione svolta per quarant’anni e che, ancora oggi, continuo a svolgere a ritmo pieno. Quanto alla politica, meglio se non ci fosse stata. E’ una pratica che, in tutta sincerità, non si addice al mio carattere. Sono uso ai rapporti chiari ed assoluti, quindi, le acrobazie dei politicanti non possono far parte del mio modello di vita. Tutte le vicissitudini subite sono interamente dipese dalla politica.

Nel libro sono narrate tante vicende della sua vita di psichiatra. E’ stato difficile scegliere cosa imprimere su carta e cosa lasciare nel cassetto dei ricordi?

Ci sono, talvolta, eventi, situazioni, vicende che anche il giornalista, con tutta la buona volontà possibile, deve lasciare dentro di sè. Nella stessa situazione mi sono trovato io nel riportare sulla carta le esperienze di una vita professionale durata, ad oggi, quarant’anni. Segnatamente nei primi anni, quando il reparto, logisticamente, era un vero e proprio lager, si sono verificate vicende che, se narrate, potevano apparire solo frutto della fantasia, tanto erano assurde. Per questo, è bene che siano restate in me e nel ricordo dei medici e del personale infermieristico di quegli anni, almeno di quelli che sono ancora in vita.

Da quando lei è andato in pensione a oggi… come trova il reparto di psichiatria del Rummo?

Non è mia intenzione, in questa sede, emettere giudizi che, in ultimo, potrebbero apparire di parte. Con i medici che, nel corso degli anni, sono stati con me e con il personale ho avuto sempre un ottimo rapporto. Non dimenticherò mai l’affetto che mi hanno riservato. Sempre ed in ogni occasione. Di tutti loro serbo un ricordo dolcissimo. E’ anche vero che molti colleghi sono andati via anche loro. 

E come vede la fusione dei due ospedali: il Rummo e il Sant’Alfonso?

Negativamente. Una fusione che poteva essere evitata. Del resto, tutte le prese di posizione, da più parti, di questi giorni, sono la cartina di tornasole che ha posto in evidenza una verità per molto tempo latente. Da un esame superficiale, è ovvio, che l’operazione è vista quale passaggio fors’anche naturale. Anche qui, però, ripetendo un copione stantio cui siamo ormai usi, alla base, vi sono delle manovre politiche che è meglio non affrontare.


Nel libro lei non sottace di essere stato accusato di pazzia solo per aver gridato ad alta voce la verità ed essersi posto di traverso contro il malaffare ed il mercimonio della sanità… Perché la verità fa tanta paura?

In questi giorni, sto vivendo un’esperienza, mi creda, particolare che non credevo di vivere. In tanti anni, il più delle volte in un silenzio assordante, ho portato avanti molte rivendicazioni per una sanità migliore a difesa della quotidiana sofferenza umana. Nessuno che mi abbia teso una mano. Anzi, ne ho subite di tutti i colori. La mia vita, unitamente a quella della mia famiglia, è stata colpita ad alzo zero. In queste settimane, d’improvviso, tutti si ergono a censori, in tanti si stanno ponendo a difesa della sanità, in molti si sono convinti che qualcosa, qui da noi, non funzioni e che la sanità, in tutte le sue molteplici sfaccettature, sia politicizzata sino all’inverosimile. Meglio tardi che mai, si è soliti dire. Ma per accorgersi del degrado cui si è giunti è stato necessario, purtroppo, andare oltre i tempi supplementari. Che tristezza! Mi rimane, comunque, la consapevolezza di avere la coscienza a posto. Il piacere dell’onestà, questo almeno, alcuno può togliercelo.


Leggendo il suo libro si ha quasi l’impressione che sia stato scritto per i suoi tre nipoti. Una sorta di testamento per i suoi affetti più cari. Teme, infatti, che le maldicenze di cui è stato oggetto possano un domani far del male anche a loro?

Certamente, no. I miei tre nipotini che, oggi, rappresentano tutta la mia vita, Giuseppe, Giampiero e Franca, non avranno bisogno di questo mio ultimo libro per conoscere meglio il nonno. Di me, negli anni che verranno, quando io, per una legge naturale, avrò già lasciato la scena del mondo, di tutto potranno ascoltare. Saranno, però, fieri di aver avuto il nonno dalle mani pulite.

Per concludere, da beneventano doc, qual è l’augurio che fa alla sua città?

Sono orgoglioso di essere un beneventano doc. Del resto, per me, Benevento è la città più bella del mondo. L’augurio che faccio è quello di abbassare i toni e volersi bene. In un mondo, infatti, di propositi mutevoli e dedizioni effimere, l’unica verità della vita è amarsi. 

ANNAMARIA GANGALE

annamariagangale@hotmail.it